Io, donna in tech

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Erika Marconato è una donna in tech. Si occupa di civic hacking (ma non solo), e in questa intervista racconta la sua esperienza: cosa vuol dire, oggi, essere una donna che si occupa di informatica, le difficoltà e le soddisfazioni, la situazione attuale e le prospettive future per le donne nel campo. Una testimonianza che va oltre le generalizzazioni e affronta temi complessi con uno sguardo lucido.

Erika, cosa vuol dire essere una donna in Tech oggi?

Per come la vedo io, essere una donna in tech significa essere una persona che contribuisce in qualche modo al grande settore chiamato “tecnologia” e, incidentalmente,  essere una donna. Niente di più, niente di meno.

Di cosa ti occupi al momento?

Immagino ti riferisca solo alla mia metà “tech”. Con Matteo Brunati, curo un progetto che si chiama #CivicHackingIT che racconta in italiano il civic hacking e le sue connessioni attraverso una newsletter settimanale e un blog in cui ci sono traduzioni e riflessioni originali a tema Open Data, Open Gov, openness e cittadinanza attiva. Faccio parte della comunità di Spaghetti Open Data. Contribuisco saltuariamente a progetti open come Wikipedia, Wikisource e WordPress. Contribuisco a salvare le informazioni online tramite Archive.

Dato che l’etichetta di “donna in tech” non mi racchiude completamente (del resto nessuna etichetta lo fa mai), ti racconto anche altre cose di me. Ho creato un gruppo di lettura, l’Istat mi definirebbe una lettrice forte, scrivo, mi occupo di comunicazione e di marketing online, tengo in vita la pasta madre da sei anni e cerco ogni giorno di essere una persona migliore del giorno prima. Mi incuriosiscono un sacco di cose. Mi piacciono le gif (sì, ho un anche un creatore di gif preferito). Mi faccio ispirare dalle persone che incontro. Scelgo di essere consapevole delle dinamiche del mondo in cui sono, ma di dar evidenza solo di quelle migliori. Mi occupo di ascoltare le storie di chi sceglie di raccontarmele. Mi (pre)occupo delle conseguenze delle mie azioni. Penso troppo.

Con quali difficoltà e pregiudizio si confronta una donna che lavora in campo informatico?

Quelli che affronta qualsiasi altra donna. Uno studio di McKinsey del 2019 (https://womenintheworkplace.com/) che le tre principali sfide per le donne sul posto di lavoro sono di essere giudicate con standard differenti rispetto agli uomini, di non ricevere lo stesso sostegno della loro controparte maschile e di non riuscire ad entrare allo stesso modo nella pipeline della carriera.

Dato che solo il 21% dei top manager di qualsiasi settore sono donne, c’è anche un problema di rappresentazione, di soffitto di cristallo e di accesso alle opportunità.

Poi ci sono le cose più sottili: la pressione sociale, la mancanza di ambienti accoglienti, la cancellazione sistematica delle donne dalla storia (solo il 17% delle biografie su Wikipedia sono di donne), le piccole e quotidiane rotture di scatole, il sessismo, le aspettative, il demansionamento sottile, i bias, la mancanza di riconoscimento, l’essere sminuite, l’aggressività di alcuni interlocutori, l’isolamento, l’ignoranza, la scarsità di mentor. 

Una cosa che voglio sottolineare è che il campo informatico è come tutti gli altri: si può lavorare benissimo e malissimo, si possono avere colleghi fantastici e terribili, si possono subire atti di discriminazione e di uguaglianza. Non è che le donne in tech sono un fragile animaletto in via di estinzione, nonostante la narrazione che viene fatta attorno all’argomento. Sarà pure un settore dominato da maschi, ma è anche un settore pieno di donne che fanno cose straordinarie – anche se non vengono raccontate – e di donne che sono lì per restarci, per cambiare le regole del gioco.

Nella tua esperienza ti è capitata di subire discriminazioni o quantomeno pregiudizi?

Questa è una domanda problematica e non intendo portare la mia esperienza personale, ma voglio comunque fare una riflessione sul perché chiedere alle persone – alle donne in particolare – di raccontare la propria esperienza sia problematico. 

Io non sono una persona che fa attivismo contro le discriminazioni che le donne subiscono e non ho mai usato la mia esperienza personale come forma di storytelling sull’argomento. A volte condivido materiali a riguardo perché mi interessa usare in modo costruttivo la mia piattaforma, ma non è la mia missione di vita. Chiedere a me di riportare e analizzare la mia esperienza personale è ingiusto nei confronti di chi è un’attivista davvero e ha gli strumenti e la formazione per partecipare in modo rilevante e competente sulla questione. Le parole sono importanti e come vengono riportate le esperienze personali anche. Anche se la questione dei pregiudizi sulle donne mi interessa, non credo sia giusto sostituirmi ad una voce competente. E questo è il primo punto.

Il secondo è che nel 2019 cercare di trasformare tutte le donne in attiviste alimenta una narrazione tossica basata sulla morbosa curiosità. Non è il compito di ogni singola donna quello di raccontare il proprio trauma (perché subire o assistere a discriminazioni per molte persone è traumatico) per soddisfare le aspettative delle persone con cui interagisce. È compito di chi ha la curiosità di ascoltare le voci di chi decide di raccontare la propria storia personale, anche in forma anonima. Recentemente ho tradotto i Monologhi aperti di genere curati dalla comunità di Open Heroines (https://medium.com/civichackingit/monologhi-aperti-di-genere-le-storie-delle-donne-nel-movimento-attorno-allopen-government-d6f0a7f389ce) in cui alcune donne legate all’Open Gov hanno deciso di raccontare la propria esperienza. Alcune raccontano anche di discriminazione, molte scelgono di farlo in modo anonimo e non è un caso. Esprimersi ha delle conseguenze (ad esempio le persone possono perdere il lavoro o subire altre forme di aggressione), anche se ci piacerebbe pensare che no, queste cose non succedono.

In alcuni tuoi articoli hai parlato di diverse esperienze di donne in Tech.. ti va di riassumere quelle più importanti?

No. Preferisco che i lettori abbiano accesso alle voci originali dove possibile. Nei miei post racconto alcune storie, ma parto sempre da esperienze raccontate direttamente dalle donne in tech. Non avete bisogno di nessun filtro, nemmeno del mio.

(link: https://civichacking.it/archivio-newsletter/1367197_-civichackingit-8-giugno-2010-computer-girls.html )

Cosa può fare la società, o la politica, per ridurre il gap di genere, e cosa possono fare le donne stesse?

Ridurre il gap di genere non è un compito che spetta solo alle donne. Gli uomini che vogliono fare qualcosa possono partire dall’ascoltare le voci di chi decide di raccontarsi: cercare attivamente consigli per le donne in tech, leggerne le esperienze, analizzare i propri comportamenti e cosa si può fare a riguardo, dare visibilità alle donne che fanno bene il proprio lavoro senza presentarle come casi studio, riflettere anche pubblicamente sul perché il gap di genere influenzi anche gli uomini, non pretendere che ogni donna voglia/debba soddisfare la curiosità dei propri interlocutori.

 A livello politico, il discorso è complesso, ma si può riassumere in: cambiare lo status quo con norme e provvedimenti che siano equi per tutti. Non è trattando le donne come quote rosa che le cose si risolvono.

Foto di Francesco Pierantoni rilasciata con licenza CC-BY

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