Jeffery Deaver grande, come prima e più di prima.

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Che Jeffery Deaver sia un grandissimo non è una novità. Ogni suo titolo viene apprezzato dai lettori di tutto il mondo, ogni suo testo lascia stupita e meravigliata la critica, e non solo di genere. Il perché è presto detto: usa parole semplici (non banali: tecnica affatto facile), parla al cuore ed al cervello, riesce a sposare ritmo e avvenimenti narrati.

Ha scritto una cinquantina di romanzi, con eroi seriali diversi: Rune, Pellam, Lincoln Rhyme (chi non ricorda «Il collezionista di ossa», del 1997?), Kathryn Dance e… da ultimo, Colter Shaw. Il fresco protagonista del recentissimo «Il gioco del mai», uscito agli inizi di settembre.

Colter Shaw è un personaggio anomalo e subito affascinante. Non è poliziotto ma collabora con le forze dell’ordine, non è un cacciatore di taglie ma va alla ricerca di criminali in risposta ad una ricompensa prevista. È un «tracker», un localizzatore: in base ad una serie di indizi (scrupolosamente classificati secondo percentuali di realizzabilità) procede incurante dei pericoli. Ha avuto un’educazione severissima da parte del padre, con un vangelo chiamato «il gioco del mai»: «mai uccidere un animale se non per tre ragioni: difesa, cibo, pietà», «mai fidarti di internet», «mai farsi prendere con la guardia abbassata», «mai allontanarsi da soli senza comunicare la destinazione», ecc… Una serie di comandamenti appresi anche con prove di sopravvivenza durissime, a rischio vita. Sa affrontare un puma ed estrarre una pallottola da un corpo vivo, legge la realtà come nessuno e … reagisce.

Questa volta deve fare i conti con la scomparsa di una ragazza di 25 anni. I segnali sono disparati e contraddittori, il classico bandolo della matassa è difficilissimo da sbrogliare. Poi in scena arriva un secondo cadavere e le cose cambiano: la lettura del caso si precisa e, grazie ad un paio di occasioni fortuite, il nostro eroe riesce a scoprire che a smuovere il killer, ora diventato seriale, è un famoso videogioco. C’è un pazzo che traspone il virtuale nella realtà.

La forza di Deaver è quella del non lasciarsi prendere dalla sola azione, lui sa entrare nel cuore politico della vicenda. Nella fattispecie entra nel cuore nero della Silycon Valley. Altro che «ricchi premi e cottillon»: qui i conti si fanno con un clima di concorrenza spietato, con milioni di dollari che cambiano tasca in un batter d’ali e, soprattutto, con risvolti davvero angoscianti e per nulla fantascientifici. Ditte che spiano i loro fruitori (gli ammalati di gioco messi peggio di alcolisti ed eroinomani), filibustieri dell’informatica in grado di spostare una gran quantità di voti grazie ad algoritmi precisi. Suffragi che poi vendono al miglior offerente. Un côté politico che si sovrappone ed approfitta di personalità disturbate, facilmente manipolabili (una volta con l’alcool e droghe, ora con … videogiochi e internet).

Un mondo talmente superficiale che va a confliggere in automatico con eroi come Shaw, sempre assillati da dilemmi interiori (citiamo un’altra sua massima: «Non morire e vivere non sono la stessa cosa. Sei vivo, davvero vivo, solo quando devi sopravvivere. E sopravvivi solo quando sei in pericolo. Quando rischi di perdere qualcosa. E più è importante ciò che rischi di perdere, più ti senti vivo»).

Inutile aggiungere che Deaver ha fatto centro un’altra volta e che questo «Il gioco del mai» non è che la prima avventura di Shaw. Altre storie comporta questo personaggio, c’è da scommetterci. E ne siamo contenti.

«Il gioco del mai», 2019, di Jeffery Deaver, ed. Rizzoli, 2019, tr. Sandro Ristori, pag. 486, Euro 20,00.

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