Kiflom che ha dormito con le iene

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Incontro Kiflom a casa di una sua collega di lavoro, lui è minuto, d’altronde fino ad ora non sono riuscito a vedere un eritreo grasso. Sicuramente ci sono, nascosti nelle boscaglie dell’acrocoro ma qui, i ragazzi dei barconi, come Kiflom, sono magri. Oggi lui ha ventun’anni, scappato di casa a sedici per intraprendere un viaggio che, diciamolo onestamente, a un sedicenne nostrano farebbe cadere le unghie dalla paura. Ma cominciamo dall’inizio, da quell’infanzia che Kiflom mi racconta, sull’altopiano eritreo. Dopo quattro anni in Ticino, l’italiano del nostro ragazzo africano è fluente e si inceppa di rado.

“Giocavo coi miei amici andavamo con gli animali, eravamo contadini, io dovevo occuparmi delle bestie, lavorare nei campi. Andavamo anche a scuola da mezzogiorno alla sera o dalla mattina a mezzogiorno. Questo per permettere a noi bambini di aiutare le famiglie nei lavori agricoli.”

Glielo chiedo, ma lui lo dà per scontato, lavorare nei campi e con le bestie già da bambini è la regola, come lo era da noi, in un Ticino prevalentemente agricolo fino a pochi decenni fa.

“Ci occupavamo di capre, mucche, galline, asini. Ero felice? Certo, ero molto felice, alla sera anche se eravamo stanchi, una volta stallati gli animali uscivamo a giocare con le nostre palle di stracci.

A volte capitava che l’unico pasto fosse la colazione, la tipica colazione da noi con pane eritreo e latte di capra, perché magari stavi fuori tutto il giorno a pascolare gli animali e tornavi solo alla sera.” -Sollecitato sulla sua famiglia Kiflom prosegue, si ricorda i nonni- “le mie nonne ci sono ancora. Erano importanti. Avevo per loro un amore molto forte. Quando è morto mio nonno mi è dispiaciuto tanto, ero già in Svizzera, e mi ricordo che prima di partire mi diceva: figlio mio, se tu va via  chi si occuperà di noi?

Mia nonna mi insegnava che non devi essere troppo amaro ma nemmeno troppo dolce. Nel senso se sei troppo buono, qualcuno ti mangerà, se sei troppo amaro qualcuno ti odierà.”

La piaga dell’esercito

Kiflom poi racconta delle scuole e del militare, che in Eritrea può protrarsi per decenni, a discrezione delle autorità.

“Finita l’elementare (ero bravo, sai?) sono andato alle medie, ma siccome c’era un’ora di viaggio a piedi, ed era troppo, perché ero troppo piccolino, i miei genitori mi hanno consigliato di aspettare un anno.

Io non volevo perché mi piaceva tanto la scuola, alle medie all’inizio andavo bene, poi il secondo anno sono peggiorato, perché mi dovevo occupare tanto della mia famiglia, essendo mio fratello grande già scappato in Israele.

Finite le medie sono andato al liceo in citta a Dekamhare, lì si impara l’inglese, mentre alle elementari impariamo il tigrino. A 14 anni, iniziato il liceo, avevo già l’idea di scappare perché vedevo il mio futuro tutto bloccato. Mi dicevo, cosa farò dopo? Andrò a fare il militare, e poi cosa farò? Continuerò a fare militare?”

La fuga

Scopriamo che Kiflom ha deciso di scappare con un amico, senza dirlo alla famiglia, un’ordalia attraverso Etiopia, Sudan, Libia, un viaggio che farebbe venire l’angoscia anche a un adulto:

“Non ho parlato coi mei genitori, sono scappato e basta. Era difficile scappare dalla mia città, muoversi è difficile, hai bisogno dei permessi per passare da una città all’altra.

Pensavo che aspettare una visita dai nonni, che abitavano vicino al confine etiope sarebbe stata una buona idea. Un giorno sono andato dai nonni, li ho salutati tutti, volevo approfittarne ma non riuscivo, perché i genitori impauriti mi frenavano.”

 Ma ti spaventava tanto il militare? Chiedo a Kiflom:

“No, pensavo di fare un anno e poi di vedere come andava la situazione, ma il motivo non è quello, è quello che arriva dopo. Dopo non vedevo nessuna prospettiva, se non sei bravo a scuola non sei utile se non come soldato o contadino.

Dopo un anno, se sei fortunato, ti danno un congedo di pochi mesi, se va male torni a fare il militare. Possono tenerti quanto vogliono.

Ci sono pochi che hanno l’opportunità di fare la loro vita o di fare una formazione. Ero quasi sicuro, che essendo andato male a scuola non avrei avuto prospettive.”

Il piccolo Kiflom, 16 anni, decide di scappare nel dicembre del 2014. Ha guadagnato qualche soldo come manovale, lui e due amici faranno il grande salto nel buio verso il futuro.

“Per scappare ho cercato qualche amico che venisse con me, Ho parlato con Berket, abbiamo deciso giorno e orario. Io ogni tanto lavoravo come manovale e guadagnavo qualche soldo. Alla fine non ti servono tanti soldi. Dovevamo solo dire al nostro amico Sammi (eravamo tre amiconi inseparabili) che partivamo, ma lui faceva la scuola media, non era così a rischio, non aveva fretta. Alla fine però Sammi è comunque scappato con noi. Alla sera mi ricordo che ero andato a chiacchierare a casa sua con sua mamma e i suoi fratelli. (la mamma non sapeva niente). Mia mamma prima che uscissi mi chiese se sarei tornato la mattina presto per accompagnare papà all’ospedale. Il ricordo mi pesa ancora adesso.”

Il panico tra gli spari

E allora partite in tre sedicenni…

“Siamo stati fuori quella notte perché dovevamo prendere il pullman a Quatit. Alla mattina abbiamo preso il bus…”

Chiedo stupito a Kiflom, “ma avevi 16 anni, eri piccolo, non avevi paura? Non eri preoccupato?” Mi guarda come se non capisse e poi risponde:

“A quindici anni da noi sei grande. Vedevo bambini scappare che erano anche più piccoli di me, tredici, quattordici anni, mio cugino, con cui ho fatto il viaggio fino in Italia, ne aveva quattordici.

Le mie intenzioni erano di sconfinare in Etiopia e poi dall’Etiopia raggiungere il Sudan e dal Sudan la Libia per attraversare il Mediterraneo.”

Il pullman porta Kiflom e i suoi amichetti fino quasi al confine etiope. Ci sono volute ancora sei ore a piedi per raggiungere la frontiera.

“Arrivati al confine etiope, gli eritrei sparano, non vogliono che scappiamo, in mezzo agli spari ognuno va per conto suo. Berket e Sammi per paura tornano indietro, io corro in avanti. Scappo nella boscaglia, è buio pesto, sento i versi degli animali, delle iene. Io non avevo paura, dormivo per terra”.

Quando ho visto il mare ho avuto paura

Kiflom sta tre giorni nella boscaglia, poi tra diverse peripezie, arriva in Libia. Per tutto il tempo non può contattare i genitori, in quelle zone non c’è campo, potrà solo dare notizie dal Sudan:

“La mia voglia di andare era forte. Ho avuto paura quando sono arrivato in Libia. Quando ho visto il mare che sbatteva sugli scogli, lì sì ho avuto paura. Non avevo mai visto il mare.

Grazie a mio fratello che era già scappato in Israele ho avuto i soldi per la traversata.

Quando arrivi in Libia, ti trovi di fronte ai trafficanti e ti dicono le tariffe. Io ho pagato 2000 dollari. Mio fratello mi ha aiutato senza condizioni. Prima di scappare mi diceva di stare attento, ma dal momento che ero lì ha fatto di tutto per aiutarmi.”

Kiflom passa 3 mesi in uno stabile ad attendere un passaggio. Il caldo era terribile, mi racconta, in una cella con mille persone e 40 gradi all’esterno. “Il caldo lo devi accettare o impazzisci, se non puoi fare niente le cose le devi accettare.

3 mesi senza un soldo sono stati terribili” – prosegue Kiflom- “la fame era sempre presente, mancava l’acqua e l’igiene era tremenda, con un bagno solo per mille persone. Ogni tanto ci facevano uscire a prendere aria, sempre che non ci fossero in atto sparatorie dovute alla guerra.

“Una sera, mi ricordo, sono arrivati, e ci hanno detto: oggi dobbiamo partire. Era l’una di notte.  Siamo partiti in mare, usciti dalla casa abbiamo camminato un po’ nella sabbia, con noi solo l’acqua per il viaggio. Arrivati al mare, c’era un barchino, un motoscafo che a gruppi ci ha portati fino alla barca più grande. Era una barca di legno a due piani, eravamo circa 400 persone. C’era di tutto, giovani, bambini, adulti, donne. Venivamo da tutti i paesi dell’Africa.  Alcuni sono estranei, alcuni sono compagni. Chi era con me nella casa era più vicino, ma durante un viaggio così trovi tanti amici e li perdi facilmente.”

“Andavamo alla cieca, sapevo solo che arrivavamo in Italia o a Malta. Il mio viaggio in mare è stato tranquillo. Io ero sul ponte ed ero fortunato, meno quelli che stavano sottocoperta. Col caldo, quelli del piano sotto cercavano di uscire, la barca ballava perché la gente si spostava. Per fortuna c’erano persone autorevoli che riuscivano a gestire i flussi.

Non abbiamo avuto morti, ma ho visto numerose persone incoscienti che stando sotto venivano portate sopra per respirare l’aria. A metà viaggio una nave ci raccoglie e ci porta fino in Sicilia.”

Quando arriva la tristezza

Kiflom arriva a Catania, dice di non avere idea di chi guidasse la barca o che fine abbia fatto il trafficante. Poi subentra la tristezza:

“La tristezza arriva dopo, piano piano, quando mi sono imbarcato ero con mio cugino di quattordici anni, con cui ci siamo incontrati in Etiopia. Ho fatto il viaggio con lui fino in Italia. Ero preoccupato per lui, e non lo vedevo scendere dalla barca. Nella mia testa non pensavo all’Italia, pensavo solo a mio cugino. Avevo paura di cosa avrei dovuto dire alla famiglia, agli zii, se non fossi stato in grado di proteggerlo.”

Sensi di colpa, Kiflom, un viaggio così ne crea tanti, come fai a gestirli?

“Faccio fatica. La colpa sta sempre nel mio cuore, ho una sofferenza continua e latente.

Mia mamma Zebib per me è molto importante, la mamma vuole che i figli stiano sempre accanto a sé.”

“Ho lasciato andare mio cugino, perché lo portavano a Roma da dove poteva avvisare i miei genitori. Ho pensato fosse al sicuro.

Poi ho avvisato i miei genitori una volta arrivato e mi hanno fatto sentire in colpa, e mia zia mi chiedeva dove fosse mio cugino, io potevo dire solo che era arrivato in Italia.

A Catania siamo scappati dal campo di raccolta. Scappi da qualsiasi campo se riesci, perché sai che in Italia non c’è lavoro. Cerchiamo di non farci registrare.

Abbiamo chiesto informazioni strada facendo ed ero stupito che nessuno sapesse l’inglese, poi ho capito che non riuscivamo ad arrivare a Roma, ed ero disperato. Non avevamo nulla e un ragazzo di un negozio ci ha dato da mangiare delle brioche. Me lo ricorderò sempre quel gesto gentile.”

“Tornati a Catania un ragazzo eritreo ci aiuta. Mi faccio mandare dei soldi da mio fratello e lui ci fa i biglietti del treno.

La Svizzera

Arriviamo a Roma, poi Milano, io volevo arrivare in Svizzera. Alla fine ero stanco, mi sono fermato in Svizzera.”

Kiflom ci racconta che con molti ragazzi con cui ha fatto il viaggio si sente ancora adesso, d’altronde è l’unico legame che hanno in terra straniera, alla fine finisce al centro asilanti di Losone e lì può incontrarsi con suo cugino, che ritiene al pari di un fratello. Il cugino risiede a Lucerna, perché la polizia ticinese ha cercato di convincerli a tutti i costi che in Ticino si stava male e che era meglio andare in Svizzera interna. Piccoli tristi escamotages per scaricare ad altri la patata bollente. Così Kiflom esorta il cugino, che vuole proteggere, ad andare a Lucerna, mentre lui rimane in Ticino.

Poi  la permanenza al centro per minorenni di Paradiso e l’apprendistato come assistente di cura. Kiflom si trova bene. Grazie al suo carattere docile e gentile si è fatto degli amici e anche dai pazienti e dai colleghi è benvoluto.

Gocce di dolore

Sono passate quasi due ore, mentre quel ragazzo magro, dagli occhi miti ha raccontato vicissitudini che farebbero tremare la maggior parte di noi. Lui è uno dei “rifugiati economici” di Lorenzo Quadri, gente che il biondocrinito consigliere nazionale relega alla stregua di gentaglia, ladri e approfittatori. Io che con Kiflom ho preso un po’ di confidenza gli chiedo di casa. Raccontami, Kiflom della tua casa, di com’era, della tua famiglia:

“Di casa mia mi ricordo soprattutto la socialità, vivevamo tutti insieme e a volte litigavamo, ma ora che sono qui anche quello mi manca, ed aveva tanto valore. Mi mancano e ricordo i nonni paterni, che abitavano vicino a casa, andavo da loro e la sera chiacchieravo col nonno dopo avere accudito gli animali, e parlavamo delle bestie, nonno magari diceva “quella capra ieri mi sembrava stanca”, una specie di rituale tra nonno e nipote. La mia casa era uno stabile in muratura e sopra in legno e intonaco di terra. Tetto di lamiera e legno e foglie.

Il mio cane mi manca tanto, è morto quando sono scappato, era un cane molto dolce. Si chiamava Debene, che vuol dire il colore…marrone. Stava dai nonni perché non potevamo più tenerlo e avevo paura che quando andavo da loro non mi riconoscesse, invece mi faceva sempre un sacco di feste…”

Un ragazzo africano e il suo cane dolce. Sua madre Zebib, i nonni, le capre da accudire, gli amici e i giochi. Tutto questo ha lasciato Kiflom per avere una vita decente, perché l’Eritrea arida e spinosa, divora i suoi figli come un’enorme iena maculata, una di quelle bestie che costellano la depressione della Dancalia e l’acrocoro etiopico.

Le iene, metafore di una vita avara, che infestano le boscaglie e aspettano attorno a villaggi e città che qualche bestia incauta o che qualche bambino o anziano indebolito si avventurino tra le euforbie. Nella notte si sentono sempre le loro sguaiate risate, quei versi che hanno accompagnato Kiflom nelle notti di fuga.

Guaiti balbettanti che ha lasciato tra Etiopia e Sudan e che risuonano ancora, probabilmente, nei suoi sogni, ma questo non gliel’ho chiesto.

Kiflom è da noi ora. Ha nostalgia, non è una bestia. Ha il senso di colpa nei confronti dei genitori e dei nonni, gli manca il suo cagnino e qualcosa di certo ha perso in quel viaggio, amici, amore, la giovinezza.

Prima di andare mi chiede se posso fare qualcosa per un’amica che è in Libia e per tanti altri che soffrono. Non mi chiede di farla arrivare, mi chiede se possiamo aiutarla a ritrovare il figlio di 5 anni. In Libia le hanno detto che è morto, ma lei non ha mai visto il corpo, è disperata e non sa a chi rivolgersi.

“Dove l’avevi conosciuta Kiflom?”

“non l’ho conosciuta, ci sentiamo in chat”

Manco la conosce ma se ne preoccupa, tiene i contatti con quei telefonini ultimo modello, come dicono gli amici legaioli, unico filo che lega anime perse e gocce di dolore.

Non posso fare niente per la sua amica, fosse qui forse, in Libia non abbiamo nessuna possibilità. Ma Kiflom è qualcosa di positivo e di bello, la gente gli vuole bene ed è anche un po’ mio figlio, perché lo abbiamo accolto. Kiflom è una piccola speranza cresciuta tra le spine delle acacie e approdata tra le genziane.

Kiflom ci tiene a esprimere un suo pensiero, un pensiero che vuole regalare a chi legge:

Io ringrazio tanto Dio che sono ancora vivo e non so perché tanti non sono riusciti a sopravvivere. Ringrazio di essere qua e di avere l’opportunità di lavorare e di vivere tranquillamente. Molti venuti in Europa non sono riusciti a trovare la tranquillità come me, ho un amico, da un anno è in prigione in Canton Grigioni, non hanno accettato la sua domanda d’asilo, ma lui non può tornare perché non ha passaporto. È eritreo anche lui, arrivato con me e se torna di sicuro lo attende la prigione anche là. Io per fortuna sto facendo la mia formazione ma lui non può vivere serenamente come me.”

Il pensiero di Kiflon scorre permanentemente agli altri, ai compagni, a chi non ce l’ha fatta. Nelle sue parole sento sempre questa eco, le voci sussurranti degli altri. È la sindrome del sopravvissuto, un peso che non ti togli di dosso come uno zaino, ma rimane appiccicato alla pelle e alle ossa. Noi facciamo gli auguri a Kiflom, di cuore, e li facciamo anche ai suoi amici meno fortunati, con la speranza che, in un modo o nell’altro, dopo tanta amarezza, la vita ricominci a sorridergli.

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