La parola e il silenzio che ci uccidono

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Questo non è un articolo “canonico”. Né si tratta di un’indagine approfondita s’un qualche tema specifico. Questo è semplicemente uno sfogo riguardo ad una delle tematiche più attuali, disgustose e pericolose del 21esimo secolo: il valore della parola in politica. Già riesco a immaginare il ghigno amaro del lettore che, dandomi una lieve pacca sulla spalla, mi sussurra: “È dai tempi di Roma imperiale che la parola in politica vale meno di 0, bellezza”. E io mi rendo certo conto di quanto un tema come questo, così a lungo protrattosi nel corso della Storia, appaia oggi come piuttosto scarno di nuovi contenuti da trattare, ma allo stesso tempo ritengo necessario discutere di una tendenza che invece dovrebbe farci preoccupare.

Come Machiavelli insegna, un politico interessato all’accrescimento e al mantenimento del potere deve essere capace di “simulare”, quindi fingere e mentire, e “dissimulare”, ovvero nascondere e omettere di dire, abilmente, così come non è tenuto a mantenere le sue promesse, quando esse gli arrecherebbero danno. E, fino ad oggi, l’umanità ha potuto osservare centinaia di figure pubbliche sorgere e tramontare grazie agli insegnamenti del tecnocrate fiorentino più famoso della Storia, di cui ho citato solo i consigli più coerenti con questo articolo.

Uno dei fattori più importanti nel determinare la fine delle carriere politiche di molti uomini è stato in passato la scoperta delle loro bugie, che avevano un peso decisivo. Mi viene subito in mente il caso Watergate per Nixon (che aveva, tra l’altro, “simulato” e “dissimulato” in mille altre occasioni negli affari esteri americani) e l’effetto sull’economia delle bugie di Clinton nello scandalo Lewinski, ma ve ne sono tanti altri. Gli stessi bugiardi avevano, di solito, l’ accortezza di dimettersi, ammettere l’errore una volta messi di fronte all’evidenza dei fatti. Una volta si conosceva la differenza fra bugia e verità. Oggi, a mio avviso, ed è questa la ragion d’essere di questo scritto, no.

In questi ultimi anni ci troviamo confrontati con una quantità pressoché inquantificabile di mendacità, che possono essere trasmesse e diffuse ad una velocità impressionante, grazie, naturalmente, ai prodigi tecnologici di questo secolo, primi fra tutti le piattaforme sociali di comunicazione. Non di rado è anche complesso scovare le bugie delle notizie false, a meno che non si abbiano più fonti molto affidabili sulle quali contare. Quello che più mi esaspera però, ogni maledetto giorno, ogni singola volta che apro un giornale, sia esso ticinese, italiano o inglese, sono quelle uscite, quei discorsi svergognatamente colmi di falsità narrati dalla personalità politiche più debosciate e inintelligenti che la memoria collettiva potrà mai ricordare.

Perché qui non si tratta più di svelare chissà quale congiura internazionale o di far luce sulle fazioni più pericolose di una qualche guerra, ovvero quei casi che richiederebbero mesi e mesi di lavoro, forse anni per fornire alla cittadinanza informazioni veritiere e complete. La gran parte delle volte si tratta di promesse, minacce e dati su cui i peggiori funzionari pubblici fanno leva affinché l’elettorato s’interessi a loro.

Eppure, una volta che la realtà dei fatti giunge finalmente a galla e viene raccontata alle genti affinché sappiano del comportamento scorretto, antidemocratico e, soprattutto, nocivo per la collettività intera, del signor tal dei tali, la reazione è nulla. Nulla nel senso che il diretto interessato non si scompone, non si vergogna, anzi minimizza la questione e punta il dito contro un nemico, divagando sulle responsabilità di altri politici di altre idee coinvolti in altri scandali in altri luoghi in altro tempo. La reazione è nulla nel senso che i sostenitori del bugiardo abdicano alle proprie responsabilità civili continuando ad appoggiarlo, difendendolo fino all’assurdo, fremendo e urlando di sdegno verso altri politici di altre idee invischiati in altri casi in altri luoghi in altro tempo. Nulla nel senso che il sistema democratico non si rinnova e marcisce, appestato da figure pubbliche totalmente incompetenti, stupide fino all’inverosimile, incapaci di mettere in riga due frasi e sostenere un qualsiasi discorso o dibattito senza tirar fuori, puntualmente, alla minima difficoltà, le solite frasettine fatte, gli sloganucci populisti del giorno, ripetuti a cadenza regolare, a volta persino a raffica, come se prima del dialogo si fossero tutti fatti una striscia di cocaina.

Per non parlare degli insulti, le provocazioni e le minacce gratuite, che sfociano nel sessismo e il razzismo più nauseante, strillate proprio da quei politici che sostengono istericamente di stare dalla parte della gente “perbene” e “onesta”, per la quale sarebbero disposti a “dare la vita”. Si tratta sempre di quella stessa gente a cui promettono riforme economiche da “New Deal” e un arricchimento collettivo da “Welfare State” post-bellico, ma che ripetutamente tradiscono per due grandi ragioni: o perché in realtà la spesa pubblica questi grandi “rivoluzionari”, questi registi del “grande cambiamento”, preferiscono tagliarla, come qualsiasi altro neoliberista, o perché si rendono finalmente conto che i soldi non crescono sugli alberi e che fare promesse da 100 miliardi ad ogni tornata elettorale è totalmente irrazionale, che garantire di tagliare le tasse e allo stesso tempo proporre misure di assistenza pubblica è da imbecilli. Ancora una volta, tuttavia, la gente applaude quello che sarebbe qualificabile solo come giullare e sfoga tutta la sua frustrazione, tutta la sua rabbia su chi fugge dalla guerra, dalla miseria più nera, dalla pestilenza e dai disastri generati dal negazionismo del cambiamento climatico.

Non ne posso più di questa follia. Perché le opere di Orwell devono essere così reali, così terribilmente vicine alla nostra realtà? Perché l’uomo è così incredibilmente, incalcolabilmente cieco o stupido, stupido e cieco? Perché devo sentirmi io sbagliato quando troppo di ciò che mi circonda mi appare così sbagliato e ingiusto e violento? Perché devo farmi così tante domande su così tante questioni? Molte persone urlano, si sgolano a denunciare quello che io chiamo Male; ma non sono le ingiurie, né le botte o le armi di coloro che odiano a spezzarne cuore e volontà, bensì il silenzio, che uccide più ferocemente di qualsiasi arma, che opprime e schiaccia ogni anima, ma senza mai guardare negli occhi la vittima mentre lo fa.

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