Le balene ci salveranno

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Certe volte scopriamo cose del nostro pianeta che ci lasciano di stucco. Scopriamo che intaccare il nostro ecosistema, anidride carbonica a parte, ci sta portando sull’orlo del baratro.

Le balene possono aiutarci, assorbendo il 40% del CO2.

La stupidità di vedere il pianeta alla stregua di un enorme supermarket a cielo aperto, ha portato quella che dovrebbe essere la specie più “intelligente” del globo vicina all’autodistruzione. Una recente notizia, frutto dello studio del Fondo Monetario Internazionale (mica dell’internazionale ecologista, per dire), ci racconta una storia che ha dell’incredibile.

È una storia di balene, di leviatani, delle enormi regine dei mari, decimate da secoli di caccia, un massacro che è incominciato in tempi antichi, ha visto la sua industrializzazione dall’inizio dell’800 ed è continuata fino ad oggi. Oggi, sia la popolazione che le dimensione dei cetacei marini sono ridotte. La popolazione mondiale di cetacei è oggi ridotta a un quarto rispetto a una volta.

E proprio le balene, secondo gli studi dell’FMI e studi australiani, potrebbero essere la soluzione a basso costo per eliminare i miliardi di tonnellate di CO2, per due motivi: il primo è che una grande balena è in grado di assorbire, durante la sua vita, 33 tonnellate di carbonio. Una volta morta la balena affonda e il corpo precipita sul fondo oceanico, dove il carbonio sostiene l’ecosistema abissale e si mescola coi sedimenti marini.

La seconda sono, a sorpresa, le feci, che sono ricco nutrimento per il fitoplancton, organismi tra i maggiori divoratori di anidride carbonica anch’essi.

Sembra assurdo, ma ripristinare la popolazione di balene al livello originario (sempre che sia possibile) permetterebbe di assorbire quasi il 40% dell’anidride carbonica mondiale, l’equivalente di quattro foreste amazzoniche. Teniamo infatti presente che un albero, mediamente, assorbe “solo” 21 chili di CO2 all’anno.

Inoltre salendo e scendendo dal fondo marino, i cetacei favoriscono lo scambio di minerali dal fondo, minerali anch’essi fondamentali per il fitoplancton. Non è un caso che quest’ultimo prolifera molto di più dove le balene sono più numerose.

Proteggere le balene non è dunque solo questione di etica, ma di sopravvivenza. E le nazioni che ancora le cacciano, come il Giappone, devono ora rendere conto non solo a loro stesse ma al mondo intero. Conclude lo studio dell’FMI:

“Se si riuscisse a riportare a quello originario il numero delle balene in circolazione, l’impatto sul cambiamento climatico potrebbe essere davvero massiccio.”

Questa ovviamente non sarà la sola soluzione, ma la dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, che bisogna pensare trasversale, che bisogna integrare progetti e idee e che migliorare il clima per limitare i disastri è un lavoro corale di tutti noi. Gli individualismi egoistici devono esser messi da parte, non tanto per etica, quanto per mera sopravvivenza della specie.

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