Come satelliti nello spazio

Morire abbandonati in un pronto soccorso dopo 23 ore di attesa è possibile. È triste. È mostruoso. Ci ricorda l’immensa desolazione in cui a volte viviamo.

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Giuseppe Ramognino ha…aveva 78 anni. Lo possiamo vedere nelle videocamere dell’ospedale, un fagottino su una sedia a rotelle, nell’angolo di una vuota sala d’aspetto.

Giuseppe era uno schivo, un misantropo, gli piaceva stare da solo, ma non così solo da morire in una sala d’aspetto.

Carmagnola è una cittadina vicino a Torino, per cui non possiamo tirare fuori le solite storie della malasanità del Sud.

In questi giorni la magistratura ha stabilito che non ci sono colpe da parte del personale del pronto soccorso, chiedendo l’archiviazione del caso. La famiglia non ci sta e fa appello. L’avremmo fatto tutti.

Giuseppe arriva al pronto soccorso, trasportato con l’ambulanza alle 10.03 del 1 maggio.

Le telecamere impietose testimoni ci raccontano le ore di attesa in quella saletta. Ci sono persone da noi che si lamentano perché arrivano in pronto soccorso con un orzaiolo e qualcuno gli passa davanti. Giuseppe no, probabilmente non è uno che si lamenta, Rimane in quella sala fino alle 4.30 del mattino, a un certo punto va in bagno. Sono passate passate 18 ore e 30 e nessuno si è occupato di lui.

Giuseppe si sente male in bagno. Alle 7.00 un senzatetto si accorge di lui e allerta il personale. Giuseppe, sempre questo dicono le telecamere, viene “soccorso” messo su una sedia a rotelle ad aspettare di nuovo, le ore passano, sono chiodi sul coperchio della sua bara. Alle 9.00, Giuseppe muore nel suo angolino, solo, dimenticato. Sembra un satellite che ha superato i confini del sistema solare e che è finito nello spazio profondo. In chiunque di noi, l’angoscia è assoluta, greve e senza remissione.

C’è del bello in ogni cosa, si dice, anche nel dolore. Per la maggior parte delle volte è vero, ma a volte no. Non ci può essere bellezza nella dimenticanza, nell’essere un satellite che ha involontariamente superato Plutone e si getta tra le stelle, nel buio freddo degli abissi spaziali.

“Non si ravvisano responsabilità perché la circostanza che il personale sia stato avvisato della presenza di una persona in difficoltà è puramente ipotetica e frutto di un’illazione ricavata dalle immagini”

Scrive la procura. E no, stavolta no. La morte solitaria di Giuseppe merita più considerazione, indagini, risposte. E Giuseppe, anche se misantropo, si merita un nostro abbraccio corale, che lenisca il gelo in cui è stato lasciato sprofondare.

Ricordatevelo.

Ricordate sempre, la prossima volta, che con un dito rotto o una gastrite siete seduti in quella saletta bianca. Ricordate Giuseppe e il suo calvario e abbiate comunque pazienza. Medici e infermiere solitamente fanno bene il loro lavoro, che è un lavoro pesante di responsabilità. E la tragedia di Giuseppe, ricordatelo, non è la regola, anche se infila un sottile ago di paura e angoscia in tutti noi.

Perché l’abbandono fa paura a tutti e la morte dovrebbe essere un fatto condiviso da tutti, un momento corale e di intrecci di pensieri e gesti, di sorrisi a mezza faccia e di ricordi malinconicamente belli.

Nessuno merita, e tanto meno il solitario Giuseppe, di morire senza che nessuno se ne accorga. Come una stella che si spegne nel profondo dello spazio.

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