Quando il figlio delle stelle è l’angelo del male

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L’inizio di “Brightburn” non cerca nemmeno di essere originale. Protagonisti sono Tori e Kyle, una pacifica coppia che vive in una tipica cittadina americana con uno sceriffo, una tavola calda e una scuola. Problemi di fertilità impediscono loro di coronare il sogno romantico di avere un bambino, fino al giorno in cui dal cielo una misteriosa macchina proveniente da chissà dove si schianta nel cortile di casa loro con al suo interno un neonato.

Vi ricorda qualcosa? Ebbene sì, eccoci di fronte alla copia sputata dell’inizio di “Superman”, capostipite del genere dei supereroi con superpoteri. Ma “Brightburn” non cammina, non si muove nel seminato. Questo bambino, sempre più conscio del suo immenso potere (forza, volo, laser fiammeggianti che gli escono dagli occhi formano il pacchetto standard) cresce, nonostante l’amore dei genitori, in un clima che non fa che fomentarne la sua indole violenta e distruttiva. Bullismo a scuola a cariolate, tanto per intenderci. Il film suggerisce poi in modo molto sottile che le cose avrebbero potuto prendere un corso diverso, quando durante una lezione in cui il piccolo Brandon viene deriso dalla classe, una ragazzina lo consola dicendogli che “sono quelli speciali, quelli che faranno strada”. La situazione si deteriorerà ulteriormente, quando in molti inizieranno a capire che il giovane Brandon ha grossi problemi nell’empatizzare con gli esseri umani.

Proseguendo nel film, la mefitica influenza dell’astronave con cui è giunto sulla Terra, nascosta e chiusa a chiave dai genitori adottivi, non fa che renderlo più solo e vulnerabile, lasciando unicamente la madre a credere che in Brandon ci sia del buono. Anche dopo aver scoperto che la serie di violenti omicidi avvenuti in città sono opera del figlio. “Brightburn” inoltre riesce a catturare il pensiero di un bambino, il ragionamento che lo porta a mettersi contro tutto il mondo. Grazie anche all’ottima performance del giovanissimo Jackson Dunn, che centra in pieno il look da bimbo palesemente anormale e inquietante.

Il film c’impone di interrogarci sugli effetti che le nostre azioni hanno sulla psiche degli altri, usando come dimostrazione visiva la rabbia di un piccolo che è perfettamente in grado di dare seguito a ciò che pensa. Ci porta anche riflettere sul fatto che le azioni di un figlio sono legate al rapporto coi genitori, alle circostanze o alla sua stessa indole. E se lo sono, in che misura? “Brightburn” è anche la storia di una coppia di genitori che fallisce, suo malgrado nel crescere un figlio sano, cosa che ha conseguenze catastrofiche nel caso specifico.

L’esplosiva e brutale violenza profusa dal piccolo Brandon è resa in modo cruento e reale, resa ancora più dura dal gelido e spietato atteggiamento dello stesso. Forse però, la cosa più inquietante della pellicola, è proprio vedere questo ragazzino di appena dieci anni mangiare placidamente i suoi corn flakes quando gli viene comunicata la morte dello zio, o sentirlo proferire con facilità frasi in cui giustifica il suo agire. Ma cosa avremmo fatto noi al posto dei genitori? Come avremmo gestito il problema anche quando questo va ben oltre ogni possibilità di recupero? Lo sentite il brivido corrervi lungo la schiena? 

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