R-esistere per Mark e gli altri

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Vale la pena di riportare alcuni brani del rabbioso comunicato del collettivo R-esistere, che già si era prodigato per la situazione critica nel bunker di Camorino. Partendo dal rimpatrio recente di Mark e della sua famiglia, R-esistere affronta di petto il problema.

Lo fa non solo per Mark, il ragazzo ucraino appena espulso senza che nemmeno potesse terminare la sua formazione, ma anche per altri, senza voce e senza volto, anonimi sacchi di carne che vengono traghettati dalla burocrazia da una parte e dall’altra e poi scaricati malamente fuori dalla porta come spazzatura. Scrive il collettivo:

“… Dopo la nuova bastonata elettorale, il Consigliere di Stato Norman Gobbi rilancia la politica della paura, appellandosi a quei temi che hanno fatto la fortuna sua e dei suoi consimili e senza i quali probabilmente non avrebbero motivo di esistere. E tutti vivremmo almeno un po’ meglio.

Vivrebbe sicuramente “meglio” Mark, studente della CSIA di Lugano, deportato ieri mattina all’alba da un cospicuo contingente di polizia, dietro ordine della SEM. I topi fuoriescono all’alba ed ecco che stamattina presto presto, nonostante le proteste e il tentativo di blocco di numerose studentesse e studenti della CSIA, amici e solidali, la logica perversa delle deportazioni continua e Mark e la sua famiglia vengono deportati verso Zurigo, per essere rimandati verso Kiev da dove erano scappati.

La deportazione come visione del mondo. Quando si arriva volutamente a togliere di mezzo, a spezzare una vita di un ragazzo minorenne e della sua famiglia – come d’altronde era già stato fatto nel passato con i casi di Arlind e Yasin – è l’esempio pratico della disumanità di un sistema i cui cardini sono retti sull’uso sistematico della violenza e della coercizione come risoluzione dei “conflitti”. ..”

“…Vivrebbe sicuramente meglio anche Djamal. Quarantacinque anni, da 16 in Ticino, algerino. Negli anni rinchiuso nel bunker di Camorino in condizioni disastrose (malattia, depressione) e imbottito di psicofarmaci. Improvvisamente portato alla Stampa per poi essere deportato, settimana scorsa, da una decina di uomini di nero vestiti, non identificabili, ammanettato e trattato come un sacco dell’immondizia. ..”

“…Vivrebbero un’altra vita la donna eritrea e i suoi due bambini, di cui uno epilettico e sulla sedia a rotelle prelevati al centro di Cadro e rinviati a Brindisi. Identica sorte per la donna azera e i suoi due bambini, di 4 e 8 anni, prelevati all’alba dalla pensione alla Santa di Viganello. O chissà cosa potrebbe raccontare Desmond, ragazzo nigeriano, ucciso immobilizzato e sedato, qualche anno fa, durante un tentativo di deportazione a Zurigo.

Poco importa se in un bunker, in una pensione, in un centro federale o cantonale: di deportazioni si muore, si perdono le poche certezze, si ripiomba in uno dei tanti inferni creato dai saccheggi dell’occidente. Già perché, secondo i dati della stessa SEM, pubblicati un anno fa dal settimanale il Caffé, erano 4.014 le persone in Svizzera che attendevano di essere rimpatriate o rinviate in un altro paese. Di queste 55 si trovavano in Ticino. …”

Mark, Djamal, la famiglia eritrea e quella azera, Desmond. Alcuni dei tanti esempi avvenuti nell’invisibilità e nella quotidianità di vite sospese. E, al di là della volontarietà o meno e dell’emotività e degli imprescindibili legami personali e fraterni, è un intero sistema a dover essere decostruito sin dalla sue fondamenta.

Un sistema che si regge e si arricchisce proprio su guerre, produzione e vendita di armi, barconi sul Mediterraneo, dominio, saccheggi e devastazioni di Paesi, territori e popolazioni. E che senza questi “elementi” non sopravviverebbe. A mettere uno dei primi “like” all’intervento armato turco contro il Confederalismo Democratico in Rojava, fu quello stesso Norman Gobbi, ben conscio che la mattanza dell’esercito turco, con il beneplacito delle maggiori potenze occidentali, nient’altro avrebbe causato che l’ennesimo disastro umano all’origine di ulteriori esodi di popolazioni che permetteranno di riurlare di muri alle frontiere, di eserciti a presidiarle, di bunker e di “prigioni” – ora desolatamente vuote – dove rinchiuderli.

Un gioco semplice. La produzione di “profughi” e la creazione della struttura economica in grado di gestirli, respingerli, deportarli, arricchirsi. Un gioco che però presto potrebbe anche scappare di mano.

E se non sarà per la solidarietà e la complicità con chi si mette in viaggio o con chi è rimandato, come succede oggi con Mark, sarà perché ben presto – “tranne noi.. noi gli eterni invasi… noi asserragliati nelle nostre riserve di caccia, nei nostri ghetti, (…), noi aggrappati come Arpagone a un oro di cartapesta” – non ci saranno più “cittadini” ma solo “rifugiati”…

Non solo rifugiati, donne e uomini, aggiungiamo noi. Mantenere la nostra umanità, per quanto sia stupido e inutile è quello che ci farà crescere ed evolvere, abbiamo un solo pianeta, siamo un unico popolo. Questa grande comprensione aleggia e si sfilaccia come nebbia sull’altipiano, senza fare presa. Solo in questo concetto c’è la salvezza di noi tutti.

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