Tra Chernobyl e l’angoscia del presente

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C’è un filo sottile e invisibile che lega Chernobyl, il ricordo di quella gigantesca catastrofe nucleare, al presente. È un filo che si chiama paura. È l’angoscia che come una lancia piantata nel petto, non di rado, ci accompagna. Silenziosa e invisibile. Provocata da una situazione di pericolo che può essere reale o anticipata dall’istinto. Evocata dal ricordo oppure ancora dalla fantasia. Tra le emozioni primarie di difesa, la paura, ci addestra, ci prepara all’emergenza. Ad annusare e riconoscere l’alito della morte.

Narra tutto questo la serie “Chernobyl” che tanto ha fatto parlare di sé questa primavera, in occasione della sua messa in onda. Un racconto in cinque episodi che ripercorre i secondi, i minuti, le ore, i giorni, i mesi e gli anni che seguirono all’incidente nucleare di Chernobyl. L’esplosione di un reattore verificatosi nell’Ucraina sovietica il 26 aprile del 1986. All’una e ventitré di notte. Un racconto attraverso il quale, oltre alla ricerca della verità, di quella che fu la causa che provocò il più grande disastro nucleare finora verificatosi nella storia dell’Umanità, racconta anche le vicende spicciole di chi fu travolto da quella tragedia, di uomini e donne che furono costretti a confrontarsi e a rimediare a quell’apocalisse.

Insomma, una serie tivù che, pur riuscendo a restituirci i luoghi e a ricostruire nel dettaglio le atmosfere di quel periodo, arriva soprattutto a scavare nella fallibilità umana e nei meccanismi che regolano l’angoscia e lo spettro della morte. È impressionante vedere come, negli attimi successivi al disastro e poi ancora per giorni, in tanti negheranno l’evidenza non riuscendo a vedere davvero, a confrontarsi con l’idea di una catastrofe e con la reale entità dell’incidente. Incapaci di gestire il carico psicologico che un evento di quella portata significava e avrebbe significato anche negli anni a venire. Senza contare che l’esplosione del reattore nucleare di Chernobyl si verifica all’interno di un sistema di potere repressivo e corrotto. In un ordinamento, quello comunista dell’ex Unione Sovietica, specchio fedele di meccanismi polito-sociali che si ritrovano intatti nel mondo di oggi.

L’opera prodotta da HBO e scritta da Craig Mazin, non a caso laureatosi in psicologia a Princeton, riesce a racchiudere il dolore e l’angoscia di chi di fronte al mostro radioattivo e alla morte certa decide comunque di sacrificarsi. Di farlo e basta. Non a caso la serie è dedicata alla memoria di chi ha sofferto e si è sacrificato: “In memory of all who suffered and sacrificed”.

Una sofferenza che “Chernobyl” riesce a tratteggiare attraverso alcuni degli eroi confrontati con la violenza, l’orrore fisico e psicologico di una catastrofe costata la vita a migliaia di persone, non solo di quelle presenti all’interno della città o della centrale, ma anche di tutte quelle persone che negli anni hanno dovuto scontare sulla propria pelle e su quella dei propri figli gli effetti collaterali a lungo termine di quella sciagurata esplosione di umana follia.

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