Una storia di non-fantascienza

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Tutti gli anni, ad ottobre quando scatta il «toto-Nobel», Ian McEwan risulta essere tra i pronosticati. Tutti gli anni il grande scrittore si sveglia cardinale, essendo nominato papa un altro. Un peccato (e un errore). Basta leggere «Macchine come me», una storia di non-fantascienza bella e inquietante.

Un’eredità inaspettatamente congrua induce Charlie Friend ad un acquisto imprevisto quanto improvviso: non una casa nel quartiere medio-alto di Londra ma … un robot, uno dei rari prototipi di ultimissima generazione. Questa «macchina» si chiama Adam ed al mondo ne esistono in tutto 26: altri 12 suoi «fratelli-gemelli» e 13 Eve. È molto di più di un apparecchio: le sembianze sono umane, i comportamenti tendono ad esserlo e soprattutto la sua facoltà di «crescita» lascia affascinati e increduli. Capace di operazioni assolutamente straordinarie (non solo calcoli ma anche ricerche, associazioni fra le informazioni, deduzioni, …sentimenti!) Adam ammalia e inquieta. Si inserisce nella vita quotidiana di Charlie e, a poco a poco, si prende sempre più spazio, anche andando a sostituire il suo cosiddetto «padrone». Nelle relazioni, negli affetti, persino nel sesso (ma è l’equivalente di una bambola gonfiabile? Questa è una delle prime inquietanti domande… ) e soprattutto nel lavoro, tant’è che i guadagni di Charlie aumentano considerevolmente, visto che il suo lavoro consiste nella compra-vendita di azioni online: qui la capacità di analisi e la reattività di Adam sono incomparabili.

Un romanzo fantascientifico? Calma. Tant’è che se dovessimo citare un nome a mo’ di confronto, o meglio un autore che subito viene in mente leggendo le 282 pagine, beh, non ci si scandalizzi ma … faremmo il nome di Italo Calvino. Per la sua capacità di proporre riflessioni che trafiggono la storia raccontata (ad esempio: «In assenza di malattia, fame, guerra o altre grandi tensioni, buona parte della vita trascorre in una zona di neutralità, un orticello familiare, ma anche grigio, insignificante, dimenticabile, indefinibile» o ancora: «ecco cos’era la vigliaccheria, un eccesso di immaginazione» e … «Il presente è la più fragile tra le strutture improbabili»). Tanta roba, come ben sapranno i non pochi lettori di McEwan, uno dei «non ancora Nobel» tutti gli anni citato in ottobre.

Sono tanti gli argomenti presenti in «Macchine come me». Il rapporto con l’altro (qui con la fidanzata che diventa moglie), con il passato, la giustizia, l’etica, la gelosia, …. In un contesto che solo una bella immaginazione sa partorire. Siamo in una Londra speciale, quella del 1982 ma «modificata»: la guerra contro l’Argentina nelle Falkland lascia solo un senso collettivo di sconfitta, trascina nella disfatta Margareth Tatcher, i Beatles si sono ricostituiti dopo dodici anni di separazione (con la voce di Lennon che continua a fare sognare) e Alan Turing, il famoso scienziato morto precocemente, è qui un vecchietto arzillo e pimpante, oltre che possessore di uno degli Adam.

Ian McEwan non manca di dotta ironia («scomodai anche il commento di Borges, al riguardo: due uomini calvi che litigano per un pettine») e nemmeno di filosofia («Come diceva Schopenhauer a proposito del libero arbitrio: possiamo scegliere tutto ciò che desideriamo, ma non siamo liberi di scegliere che cosa desiderare»).

Un bel romanzo, scritto con acume e classe. Fa riflettere perché la verosimiglianza con un futuro oramai presente è evidente. E non è tutto oro. Non descriviamo il gran finale, con quella ventata di malinconia e inquietudine, degno di una grande storia. Come quando la macchina, nel conflitto con gli umani, si lascia scappare un: «l’autunno a noi promette la primavera, a voi l’inverno». Emblematico. Molto brava la traduttrice, Susanna Basso, che tanto merito ha in questo libro stampato da Einaudi.

«Macchine come me (e persone come voi)», 2019, di Ian McEwan, tr. Di Susanna Basso, ed. Einaudi, 2019, pag. 282, Euro 19,50.

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