A ottant’anni dalla morte di Freud

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Era il 23 settembre del 1939 quando, in fuga dalle persecuzioni del regime nazista, moriva a Londra Sigmund Freud. Malgrado fosse già all’epoca il padre indiscusso della psicanalisi, l’importanza e la considerazione del suo lavoro non furono sufficienti a metterlo al riparo dal pericolo che un ebreo come lui, seppur noto, correva in quel periodo.

Fu costretto ad abbandonare l’Austria, dove era nato, per rifugiarsi in Inghilterra. “Mi hai promesso di non abbandonarmi quando sarebbe arrivato il mio momento. Ora quel momento è arrivato e la vita non ha più senso, non è altro che tortura”, disse Freud sul letto di morte al suo medico personale che esaudì il desiderio del suo illustre paziente, malato da tempo di un tumore maligno alla bocca, iniettandogli una dose letale di morfina.

Oggi, a ottant’anni esatti di distanza, è piuttosto singolare notare come una parte del mondo scientifico, pensando a lui, continui a spendere parole a scrivere libri su quanto e come Freud sia superato e la sua teoria faccia acqua da tutte le parti. Non c’è momento in cui qualcuno non provi ad abbatterlo etichettando la psicanalisi come una pseudoscienza al pari dell’omeopatia o dell’agopuntura. Una terapia della parola che ha l’ardire di sostituirsi agli psicofarmaci, un po’ come l’idea di rimpiazzare farmaci chimici con globuli di zucchero o gli antidolorifici con degli aghi.

Oggi gli studi sulle neuroscienze hanno fatto passi da gigante e abbiamo conoscenze che a un neurologo come Sigmund Freud erano negate. D’altro canto è normale che dopo tanti anni la conoscenza della psiche si sia evoluta portando al superamento di alcune convinzioni che cento anni fa sembravano essere delle granitiche certezze. Eppure il fatto che si continui a parlarne dimostra come, alcune riflessioni e intuizioni di Sigmund Freud, per esempio quelle sulle masse e sul narcisismo, sembrino essere state scritte pensando al presente o quantomeno non possono non farci riflettere e darci degli elementi utili per analizzare la scena politica e sociale attuale.

Se ancora oggi Freud è al centro del dibattito si deve essenzialmente alla sua intuizione della psiche, dell’intreccio tra conscio e inconscio, al ruolo della sessualità e al rapporto tra individuo e massa che restano illuminanti. La forza del pensiero di Freud è soprattutto l’idea che l’essere umano non è immutabile. Vincendo le proprie paure, le proprie ossessioni e i propri traumi, liberando il desiderio e rafforzando la propria volontà, ognuno di noi può cambiare. Non è condannato a restare ciò che il destino ha scelto per lui.

Ecco spiegato il perché, in occasione del suo ottantesimo compleanno, la lettera che Thomas Mann, Stefan Zweig, Virginia Woolf e altri duecento intellettuali e artisti dell’epoca gli scrissero si chiudeva con un ancora valido: “Non possiamo immaginare il mondo intellettuale di oggi senza il suo lavoro. Possa la nostra gratitudine accompagnare i suoi giorni”.

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