CO2, sarà la Cina a salvarci?

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Che la Cina sia uno dei più grandi inquinatori del mondo con quasi un terzo dela CO2 prodotta annualmente è un dato di fatto. Secondi sono gli Stati Uniti. Insieme Cina e USA producono praticamente il 45% di tutta la Co2 che avvelena il pianeta.

Nella giornata dello sciopero per il clima di ieri, Massimiliano Ay, del PC, approfitta per contrastare le dichiarazioni del collega Daniele Pinoja in Gran Consiglio. Tempo fa infatti, il deputato UDC aveva pubblicato un breve articolo con a tema il clima (non proprio una priorità per l’UDC). Leggiamo dall’articolo di Ay:

“Il deputato Pinoja loda infatti l’impegno svizzero in questo ambito ma attacca Stati Uniti, Cina e India, rei secondo lui di non applicare “una politica ambientale corretta” e per il fatto “che non sottoscrivono gli accordi internazionali”.

Coccole per la Cina

Ay non ci sta, e prende le difese del ciclope asiatico. Ci sta ed è comprensibile. Ad alcuni potrebbe sembrare il perseguire un’ideologia sterile, senza capacità di vedere oltre il proprio naso.

C’è un però. A prescindere dalle idee di Ay e dei comunisti, che si coccolano la gigantesca repubblica socialista, una differenza oggettiva si sta delineando.

Partiamo da un presupposto. Gli USA di Trump sono oggi indifendibili. La mancata ratifica degli accordi internazionali e il perseguimento del profitto ad ogni costo, ignorando totalmente il disastro ambientale rasenta il suicidio collettivo. Ben diversa, nonostante tutto, era la politica sotto l’egida di Barack Obama.

In un mondo dove la quantità di CO2 viene ormai misurata in milioni di chilotoni, l’atteggiamento di Stati Uniti e di altri Paesi emergenti, è non solo preoccupante ma terrificante. E se possiamo giustificare i Paesi poveri che cercano il loro posto al sole, l’ignavia degli States è veramente vergognosa.

La Cina: da rossa a verde

Poi c’è la Cina. 1 miliardo e quattrocentomila abitanti. La più grande economia mondiale, con tassi di sviluppo che dire esuberanti è poco. Per assurdo, a rendere diverso l’approccio pragmatico nei confronti del clima, è proprio la struttura del regime cinese. Se la democrazia statunitense permette giri di banderuola repentini e continui, rendendo di fatto impossibile una seria politica ambientale, la Cina, è da tempo conscia dei limiti di certe fonti di approvvigionamento. La repubblica popolare, essendo una struttura che si autoperpetua, ha un atteggiamento più astuto e lungimirante nel tempo, che non è scandito da appuntamenti elettorali continui e non è sottoposta alle ventate emotive delle pressioni popolari. E se è vero che il gigante asiatico è il maggiore inquinatore del pianeta, è anche quello che, come i sauditi, investe maggiormente in energie alternative. Leggiamo infatti da Repubblica, l’egemonia cinese nelle energie alternative:

“…la Cina è il maggior produttore, esportatore, installatore di pannelli solari, turbine eoliche, batterie e veicoli elettrici. E con grande distacco. Il valore aggiunto manifatturiero della Cina nel settore delle energie pulite è di 40 miliardi di dollari. Il paese che viene per secondo è il Giappone con soli 5 miliardi di dollari. In più è anche il maggior inventore. Il 29 per cento di tutti i brevetti nel campo delle rinnovabili fa capo alla Cina. Gli Usa seguono con il 18 per cento. Giappone e Ue con il 14 per cento.”

La salvezza non arriverà dagli USA

Ay fa una disamina precisa della questione cinese legata al clima e all’inquinamento.:

“…E i dati sono lì a dimostrarlo: a fine 2018 la Repubblica Popolare, leader nelle energie rinnovabili e promotrice del più grande “inverdimento” del pianeta degli ultimi 20 anni, ha saputo ridurre oltre le aspettative la quantità di anidride carbonica emessa per unità di Prodotto Interno Lordo di oltre il 45% rispetto ai valori del 2005, raggiungendo così prima del previsto l’obiettivo di un calo del 40% entro il 2020. Giova inoltre ricordare al deputato UDC che i sempre più ampi accordi fra Svizzera e Cina consistono proprio nel progetto “Sino-Swiss Low Carbon Cities” atto ad abbassare le emissioni di CO2 nelle metropoli di Chengdu, Guangzhou e Chongqing.”

E se da una parte Trump se ne frega bellamente del disastro, all’ONU, nel settembre di quest’anno, è stato il ministro degli esteri cinese Wang Yi a chiedere uno sforzo corale per rispettare gli accordi di Parigi. “Dobbiamo credere nella vittoria, avere la perseveranza di agire e mostrare la buona fede di cooperare tutti insieme”. Ha dichiarato Wang, parlando di un piano che comprende anche aiuti ai Paesi emergenti per favorirne la transizione ad un’economia pulita.

A prescindere dalle ideologie, se la salvezza arriverà, non sarà certo dagli USA. Molti oggi guardano con trepidazione e timore alla Cina, perché se riesce nell’intento di ridurre le emissioni, fa la dannata differenza. Che gli sforzi debbano essere corali è ovvio, anche una goccia nel mare contribuisce, è certo che però il gigante cinese col suo 30% di emissioni, ha un potere immensamente più grande, per esempio, della Svizzera. Non è questione di amore per il pianeta, ma di semplice egoismo.

Gli esperti dell’Onu annunciano frastornati che le percentuali di CO2, nonostante proclami e accordi, sono nuovamente aumentate, portando il pianeta sull’orlo del baratro. Quando è caduto il muro di Berlino, si è inneggiato al crollo concomitante del comunismo. Fa ridere che oggi a salvarci, venga chiamata la più grande repubblica socialista del mondo, che ha i mezzi e il potere per farlo.

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