Die Linke e la polarizzazione tedesca

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Alle ultime elezioni tenutesi in Turingia, Die Linke, cioè il partito della sinistra radicale, grazie all’attuale premier e governatore uscente Bodo Ramelow, ha stravinto riconfermandosi il primo partito politico del Land tedesco. Non era mai successo, dal 1990. Eppure, quello che sembra un risultato storico ottenuto dalla sinistra dura e pura, lo è purtroppo solo di facciata.

Quella di Ramelow, figura molto amata e carismatica non solo in Turingia, è stata solo all’apparenza una vittoria. Formata oltre che dalla sinistra anche da Socialdemocratici (Spd) e Verdi, la coalizione che lo sosteneva è infatti andata a gambe all’aria. Dopo l’ennesimo tracollo della Spd e il passo falso dei Verdi, proprio questi due alleati di governo hanno fatto venir meno la maggioranza con cui Ramelow ha governato negli ultimi cinque anni.

Ad aver complicato le cose c’è poi la Cdu di Angela Merkel che si è dissolta come neve al sole. Il partito è al suo minimo storico. Terza forza, dietro perfino ad Alternative für Deutschland (AfD). Il partito dell’estrema destra nazionalista in Turingia ha raddoppiato i voti e confermato, se necessario, la sua preoccupante crescita nell’Est della Germania. Qui, ormai stabilmente AfD viene votata da almeno un elettore su quattro.

Così, l’avanzata dell’estrema destra in un Land fino all’altro ieri governato da una coalizione con a capo Die Linke, non può che far rabbrividire. Soprattutto considerando che, se tra le nazioni d’Europa in subbuglio ce n’è una che più di tutte ci preoccupa, questa è proprio la Germania. E quando arriverà la prossima vera crisi economica – perché prima o poi arriverà, è solo questione di tempo – cosa succederà davvero?

Cosa succederà e come andrà a finire tra le forze politiche e gli estremismi che sempre di più, un po’ ovunque stanno affiorando, complice il disagio e il dissesto sociale prodotto dalla globalizzazione, dal capitalismo selvaggio e dalle politiche d’austerità dei governi europei? Prevederlo ora è ovviamente impossibile. Quel che è certo è che la ricetta di Die Linke è chiara. Lo è sempre stata. In linea con la stagione degli schieramenti e delle contrapposizioni ideologiche, di quell’idealismo presente nelle nostre società fino ad ancora qualche decennio fa. Di quella stagione che fu delle rivendicazione e delle lotte per affermare i propri diritti.

Ecco perché nel programma di Die Linke si leggono cose del tipo: “Rafforzare l‘obbligo di contratti collettivi. Estendere la durata dell‘erogazione di sussidi di disoccupazione. Più tempo libero per sé e la famiglia: riduzione dell‘orario di lavoro a 30 ore. Istruzione gratuita dall’asilo all’università. Giustizia globale, pace e salvaguardia del clima. Stop alle esportazioni di armi. Transizione energetica.” Perché sognare è lecito. E non tutti i sogni debbono per forza trasformarsi in incubo.

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