Gli abissi della mente

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Che ci si trovi confrontati con una depressione, oppure con un disturbo schizofrenico o di personalità, la malattia mentale turba profondamente sia la vita di chi ne è colpito che quella di chi gli sta vicino. E stando alle statistiche, con il crescente invecchiamento della popolazione e il conseguente innalzamento della speranza di vita, sarà una condizione di disagio destinata a crescere globalmente. Ad alimentare questo malessere c’è poi un modello di società capitalista che ci vuole macchine sempre efficienti e produttive – il fallimento non sembra essere contemplato – alimentando ansie, insicurezze, paura di sbagliare e sofferenza psichica.

Come se ciò già non bastasse, a tutto questo, vanno aggiunti i pregiudizi legati ai cosiddetti disturbi mentali che sono invece vere e proprie patologie e quindi devono essere curate senza farne una questione privata di cui vergognarsi. Combattendo il pregiudizio sociale di chi considera questo tipo di malattia inguaribile, congenita e marchiando le persone che ne sono affette come matte o pericolose per gli altri. Emarginando o peggio ghettizzando, sia chi ne soffre sia i loro familiari. Insomma, la quotidiana storia di molti. Di chi vive sul filo, stringendo i denti. Tentando pericolosi ed estenuanti equilibrismi. Lì, incerti tra salute e disturbo mentale, con il rischio costante che quel filo si rompa, precipitando nell’abisso.

I numeri e le proiezioni dell’Organizzazione mondiale della sanità non lasciano scampo. Se prendiamo in considerazione la depressione come modello di riferimento di un disagio generalizzato – figlio di un’alienazione sociale sempre più palpabile – le persone che nel mondo ne sono affette ammontano a 322 milioni. Di depressione ne soffre il 4,4% della popolazione. Ad esserne le più colpite sono le donne con il 5,1%, seguite dagli uomini al 3,6%. E solo negli ultimi dieci anni si è registrato un incremento di casi pari al 20%. Un numero destinato a crescere sempre di più.

Premesso che alla radice del problema ci sono il fattore biologico – alcune persone sono più predisposte di altre a cadere in depressione – e il fattore psicologico, che dipende dal vissuto dell’individuo, a scatenare una depressione è quasi sempre uno shock. Un evento stressante e traumatico che chi lo sta vivendo o lo ha subito non riesce a superare. Con conseguenze che possono risultare tragiche in più ambiti. Sul lavoro, nelle relazioni affettive e sulla propria autostima e considerazione di sé. Al punto che, dati alla mano, 15 persone su 100 finiscono col suicidarsi.

Tra i campanelli d’allarme utili per riconoscere il male oscuro ci sono l’insonnia o comunque un evidente disturbo del sonno. Si dorme troppo, ci si sveglia durante la notte oppure lo si fa troppo presto. L’aumento o l’assenza dell’appetito. La mancanza d’energia e della voglia di fare le cose. Il rallentamento o l’agitazione psicomotoria accompagnata dal calo dell’attenzione e conseguente difficoltà a concentrarsi o a prendere le decisioni. I sintomi sono davvero innumerevoli. E a causa di questa subdola malattia, nel mondo, quasi 800’000persone si sono tolte la vita.

La cosa però in assoluto più preoccupante è il vertiginoso aumento di questi numeri nel corso degli ultimi anni. Tanto che, nel 2020 ormai alle porte, la depressione sarà la principale causa di assenteismo sul lavoro. Nel 2030 sarà la malattia più diffusa. La cosa davvero triste è che, nonostante la sua diffusione, nella nostra società, così come qualsiasi altro disturbo psichico, è considerata qualcosa da cui prendere le distanze e di cui vergognarsi. Ma la depressione non è più solo un problema personale. Anzi. Già da un po’ è diventata un fenomeno sociale, conseguenza di una linea politica fallimentare e di Stati che non investono affatto sul benessere della persona né tanto meno sulla sua felicità.

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