Il gas serra che non accende la società

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Le concentrazioni di anidride carbonica non vogliono saperne di scendere, rendendo così sempre più concreto il pericolo del riscaldamento globale. Giorno dopo giorno, ci stiamo incamminando verso il punto di non ritorno, eppure le nazioni e le multinazionali sembra non diano ascolto ai lamenti della Terra.

Al mondo manca il fiato

In Australia la Terra brucia, e le fiamme si stanno divorando tutto; alberi, case e animali. In Italia la Terra sta annegando, così come i suoi abitanti. In Albania la Terra trema, distruggendo intere città e famiglie. E adesso la Terra sta soffocando, per via delle elevate concentrazioni di gas serra.

Diverse testate giornalistiche hanno definito le eccessive emissioni di gas registrate nel 2018 da “record”. A riportare il triste primato è l’Organizzazione mondiale meteorologica, organismo dell’ONU (Wmo).

Rispetto al 2017, il bollettino pubblicato dal Wmo ha dimostrato che, nell’arco dell’anno scorso le concentrazioni globali di anidride carbonica (CO2) hanno raggiunto le 407,8 parti per milione, rispetto alle 405,5 (ppm) dell’anno precedente. Un aumento questo vicino a quello osservato negli anni precedenti e di poco superiore alla media dello scorso decennio.

Oltre al CO2, il principale gas atmosferico che compone “il tetto di vetro”, ad allarmare sono anche le emissioni di metano e protossido di azoto, aumentate al di sopra della media sia annuale che dell’ultimo decennio.

I picchi sono da imputare all’attività umana, per il 60% delle emissioni di metano, a causa di allevamenti, coltivazione di riso e altri cereali, sfruttamento di combustibili fossili, discariche e per il 40% del diossido di diazoto, per via di fertilizzanti e processi industriali.

Dati che fanno pensare

Forse detto così i dati possono non essere troppo significativi. Bene, ritorniamo per un momento al CO2. Le concentrazioni misurate nel 2018 sono pari circa al 43% in più rispetto ai dati rilevati nel 1990, quanto le emissioni raggiungevano le 355 ppm (vedi grafico).

Se vogliamo invece andare più indietro nel tempo, ritornando al 1750, all’epoca pre-industriale, le concentrazioni dell’anno scorso equivalgono al 147% in più rispetto ai livelli registrati allora.

Ancor più significative sono però le  parole dette da Petteri Taalas, segretario generale del Wmo: “Vale la pena ricordare che l’ultima volta che la Terra ha sperimentato una tale concentrazione di CO2 è stato 3-5 milioni di anni fa, quando la temperatura era di 2-3 gradi più calda e il livello del mare arrivava a 10-20 metri più in alto”. Taalas inoltre avverte che tali effetti si tradurranno in un impatto “sempre più grave sui cambiamenti climatici”.

Il fallimento dell’accordo di Parigi

A quattro anni di distanza dall’accordo di Parigi, in cui le nazioni sottoscrivevano nero su bianco il loro impegno a tutela dell’ambiente, la situazione è peggiorata.

Anzi, proprio nel 2015, anno in cui è stato stipulato l’accordo sul clima, le concentrazioni di CO2 presenti nell’atmosfera superavano la soglia delle 400 ppm.

Secondo i climatologi Onu, se entro il 2030 non si darà un taglio netto alle emissioni, le temperature globali saliranno di 1.5°C.

Questo comporterà dei gravi cambiamenti climatici, come condizioni meteo sempre più estreme, innalzamento del livello del mare e alterazione degli ecosistemi.

Eppure Cina e Usa, che da sole generano circa la metà delle emissioni di CO2 mondiale, sembrano non curarsi affatto del problema.

Al verde ecologista si preferisce il verde denaro, però i soldi, a differenza dell’insalata non si possono mangiare, né tanto meno sono in grado di corrompere il clima.

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