In Svizzera si spara allo stambecco

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Mai pensato di andare a caccia di stambecchi? La capra ibex, questo il suo nome scientifico, era una specie quasi completamente estinta all’inizio del Novecento. Deve infatti la sua sopravvivenza ai Savoia, alla famiglia reale italiana, perché fu re Vittorio Emanuele II che fece proteggere, nel 1856, gli ultimi esemplari rimasti dell’animale. Finirono nella sua riserva di caccia privata dove un gruppo di guardacaccia li sorvegliava a vista, proteggendoli dagli altri cacciatori. All’epoca erano giusto una cinquantina di esemplari.

Solo grazie a un lento e laborioso ripopolamento delle regioni alpine a partire da quelle poche decine di capi si è arrivati oggi ai circa 40’000 esemplari presenti in Europa tra Svizzera, Francia, Italia, Austria, Slovenia e Germania. Ma, per farvi capire qual era un tempo la diffusione di questa capra di montagna, sappiate che fino a solo il XV secolo, era presente lungo tutto l’arco alpino. A deciderne la sua lenta agonia fu la stupidità umana con, da una parte, lo sviluppo delle armi da fuoco. Dall’altra l’ignoranza della medicina dell’epoca basata soprattutto sulla superstizione.

Per molto tempo le corna, ridotte in polvere, furono utilizzate come rimedio contro l’impotenza e il suo sangue per i calcoli renali. Lo stomaco era invece indicato per combattere la depressione. Queste assurde credenze andarono avanti fino al XIX secolo, quando ormai si contava solo qualche centinaio d’individui nelle Alpi italiane e francesi, mentre lo stambecco era completamente scomparso in Svizzera. Già. La Svizzera. Ma, oggi, malgrado nel resto d’Europa sia una specie protetta, ad infiammare gli animi è proprio la scelta delle autorità vallesane che, in barba alla storia dell’animale e alla fatica fatta per salvargli la pelle, hanno aperto la caccia, in stile safari, proprio ai danni della povera capra.

Perché? Non certo per tradizione ma piuttosto per soldi, dato che agli incalliti cacciatori di trofei rari la licenza di caccia costerà 20’000 franchi per ogni animale abbattuto, mentre questo ignobile business assicurerà entrate per addirittura 650’000 franchi al canton Vallese. Ogni anno saranno infatti rilasciati poco più di cento permessi di un giorno per la caccia allo stambecco. Non mancano neppure le agenzie turistiche che offrono pacchetti speciali per gli amanti di questa pratica che non si può certo dire alla portata di tutte le tasche. Anzi. Se un leone cacciato con le vostre manine insanguinate può costare attorno ai 30’000 franchi, con appena 6’000 vi potreste portare invece comodamente a casa (si fa per dire) una giraffa.

La decisione di dare il via libera alla caccia dello stambecco non riguarda però solo le autorità vallesane. Anche i Grigioni (che sul loro stemma hanno proprio uno stambecco) non sono stati da meno. Con un differenza, però. Nel primo caso, la caccia è stata aperta a tutti, anche ai cacciatori di trofei stranieri, mentre in Val Calanca e nelle altre valli del cantone a noi vicino sarà accessibile soltanto ai locali. Comunque sia, la sostanza, rimane quella. Un’icona delle nostre vette alpine, pregiata specie a serio rischio d’estinzione fino a pochi anni fa, torna nel mirino dei cacciatori, contravvenendo peraltro allo statuto dello stambecco alpino. Ma soprattutto alla logica più elementare.

La specie è infatti stata inserita dall’Agenzia europea dell’Ambiente nella categoria considerata in situazione “non favorevole-inadeguata”. E malgrado il numero di capi non sia più particolarmente critico, sul lungo periodo, per preservare gli stambecchi, servono comunque misure conservative. E la caccia non è una di queste. Anche perché i cacciatori di stambecchi hanno come primo obiettivo le corna dell’animale. II prelievi annuo in Vallese riguarderebbero, non a caso, il 36% dei capi con oltre 11 anni di vita. Peccato solo che, per alcuni studiosi, sono i soggetti più anziani, con grandi corna, quelli che assicurano la riproduzione. Ecco perché la loro scomparsa è una seria minaccia proprio per l’equilibrio della specie.

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