La morte delle cascate Victoria

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Fu David Livingstone, il famoso esploratore scozzese a dar loro il nome: cascate Victoria, in memoria di una delle regine più potenti mai apparse sul globo terracqueo, colei che regnò nel periodo di maggior espansione dell’impero britannico.

Le cascate moribonde

Le cascate si trovano tra Zambia e Zimbabwe e sono uno dei più incredibili spettacoli della natura osservabili sul nostro Pianeta. Patrimonio dell’Unesco sono oggi a secco. Temperature di 51 gradi centigradi e una siccità così tremenda che non si vedeva da quarant’anni, le hanno ridotte a un lumicino. Le conseguenze sono pesanti e paurose, sette milioni di persone rischiano la carestia, il territorio si trova confrontato con un enorme danno ambientale ed economico, visto che lo Zambesi fa anche funzionare la maggiore centrale elettrica dei due paesi, quella di Kariba.


Situate sul corso del fiume Zambesi, le Victoria si estendono per un fronte di un chilometro e mezzo, facendo un salto di quasi 130 metri. La grande massa d’acqua, cadendo nel dirupo, genera una nebbia di gocce d’acqua che sale a oltre 1.600 metri di altezza, ed è visibile da una distanza di 40 km. O perlomeno si generava prima della siccità.

Lo Zambesi, ora in secca, trasportava, durante la stagione delle piogge, 9’100 metri cubi d’acqua al secondo. Oggi quei metri cubi sono appena 109.

Il fumo che tuona

Per colpa di temperatura e siccità, le Mosi-oa-Tunya, il fumo che tuona, come le chiamano i Makalolo, sono l’ombra di se stesse. Sono un monito che solo i più ottusi tra di noi si ostinano a non vedere, come il presidente americano Donald Trump, che si è recentemente ritirato dagli accordi di Parigi, volti a ridurre il disastro ormai annunciato che ci sta per capitare tra capo e collo.


A pagare il conto di quello che l’ultimo rapporto di 11’000 scienziati di tutto il mondo ha definito “una minaccia catastrofica”, che porterà con se “indicibili sofferenze umane” saranno come sempre i più disgraziati. Ma questo a noi che ci illudiamo di stare bene non importa, non ci ha mai importato. D’altronde il presidente statunitense, la sua famiglia la può infilare in un bunker accessoriato con rubinetterie d’oro, piscina e giardino artificiale. Un contadino sulle rive dello Zambesi può solo veder morire i suoi figli mentre le piante di sorgo avvizziscono.


Chi non agisce è un assassino

Alla fine cosa cambia? Oggi muoiono per denutrizione circa 25’000 persone al giorno, domani saranno 50 o 100’000 ma saranno sempre morti lontane. Milioni di poveri disperati dell’africa subsahariana, del sudest asiatico, delle steppe mediorientali. Gente che già oggi fa una vita dura si ritroverà a farne una impossibile. Legioni di disperati si muoveranno per trovare salvezza, e non chiamateli migranti economici, questa è gente che non avrà più nulla da perdere, nemmeno la vita. Capirlo e fare qualcosa è fondamentale. Chi rifiuta lo sforzo corale delle nazioni, non è in disaccordo, è semplicemente un assassino, che avrà sulla coscienza centinaia, migliaia, milioni di vite.

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