L’ombra lunga di quel muro

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Erano già passate diciassette ore dall’inizio della costruzione del muro di Berlino, quando i servizi segreti americani si presero la briga di avvisare il loro presidente per riferirgli quanto stava accadendo nel cuore della Germania orientale. A quella notizia pare che, John Fitzgerald Kennedy, rispose dicendo: “un maledetto muro non è certo una gran cosa, ma una maledetta guerra è pure peggio”.

Fu così che, in pratica, gli Stati Uniti autorizzarono quella recinzione e permisero che Berlino ovest diventasse una specie di carcere a cielo aperto, un’isola cinta dal filo spinato. Una spina nel fianco della Germania Est e degli Stati europei sotto il giogo sovietico. All’epoca assoggettati all’influenza del nemico comunista. Era il 12 agosto del 1961, il maledetto giorno che vide l’inizio dei lavori di costruzione del muro di Berlino.

La barriera che fu prima di filo spinato, tre giorni dopo, sotto l’occhio vigile delle truppe del Kampfgruppen lì a presidiare la linea di confine, venne poco alla volta sostituita dai mattoni. Tra le principali ragioni alla base della sua costruzione il fatto che dal 1949 fino ad allora, ben due milioni di persone erano fuggite passando dalla parte est a quella ovest, esasperati dalla situazione economica e dalle limitazioni della libertà imposte dal governo della DDR.

Krusciov, all’epoca a capo dell’Unione Sovietica, raccontò che la data scelta per erigere quel muro non fu scelta a caso: “L’azione doveva svolgersi quando i leader occidentali erano in vacanza”. Cosi, da un giorno all’altro, intere famiglie, amici, fratelle e sorelle, coppie di fidanzati si trovarono divisi da un muro. E per questo migliaia di vite berlinesi furono pugnalate al cuore. Ma perché quel muro? La Germania Est sostenne che era necessario per proteggersi dall’invasione fascista, in atto da parte della Germania Federale.

Ma la realtà storica si rivelò essere diversa. Quel muro faceva parte di una guerra dei nervi. Di una guerra fredda che, con il passare del tempo, si fece sempre più gelida. Intanto a Berlino nel 1963, sempre Kennedy, che era lì in visita ufficiale pronunciò il suo famoso discorso: “Ci sono molte persone al mondo che non comprendono, o non sanno, quale sia il grande problema tra il mondo libero ed il mondo comunista. Fateli venire a Berlino! Ci sono alcuni che dicono che il comunismo sia lʼonda futura. Fateli venire a Berlino! (…) Tutti gli uomini liberi, ovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso di dire: Ich bin ein Berliner, sono un berlinese!”

Poi però, nel 1989, il 9 novembre di esattamente trent’anni fa, quel muro, malgrado l’inverno fosse alle porte, si sciolse come neve al sole. Dietro al crollo di un’Europa di cartapesta, costruita a tavolino al termine della seconda guerra mondiale, e all’emblematica fine di una divisione personificata da quel maledetto muro ci fu soprattutto un uomo buono che si trovò a gestire il crollo dell’impero sovietico, ma anche la catastrofe nucleare di Chernobyl. Michail Gorvaciov. L’ultimo segretario generale del PCUS, l’ultimo della storia dell’URSS ancora in vita, e uno tra i principali protagonisti della catena di eventi che portarono alla fine di quella vergognosa separazione e all’unificazione delle due Germanie. Fu l’artefice della fine della guerra fredda. Insignito della medaglia di Otto Hahn per la pace e nel 1990 del premio Nobel, sempre per la Pace.

“Niente più guerre. Niente più muri. Un mondo unito.” Recitava uno slogan scritto su quel muro che da quarant’anni è il simbolo del conflitto tra due diverse ideologie politiche, economiche e sociali. Trent’anni dopo, tuttavia, molte delle promesse di libertà e democrazia che quel crollo sembrava preannunciare, in realtà, si sono scolorite e la speranza di un futuro migliore, nel frattempo è marcita di fronte a una società liquida, alla globalizzazione e alle favoletta di un tardo capitalismo non tanto migliore di quel nemico storico abbattuto a picconate il 9 novembre 1989. Nel presente, nuovi muri, emblematici di nuove fratture e di nuovi contrasti, sono lì da vedere. Eretti e cementati dall’odio. Mattone dopo mattone. Mentre l’inganno è ancora quello di sempre.

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