Lugano mia, portami via

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“La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso.” Era questa l’avvertenza di Francesco De Gregori contenuta in una canzone-poesia dell’album “Scacchi e tarocchi”. Era il 1985. Così, se davvero la storia siamo noi, probabilmente la stessa cosa vale con le canzoni. Ci appartengono. Ci Nutrono. Alimentano la nostra fantasia. Ci raccontano chi siamo, certo. Ma anche dove viviamo. E da dove veniamo. E finiscono per essere noi. Di recente due canzoni, più di tutte, m’hanno lasciato di stucco, confermando proprio questa mia teoria. E tutte e due, guarda caso, parlano di Lugano.

La prima è una canzone che arriva da lontano. Dal passato. Dal 1979. Riaffiorata dagli scarti delle registrazioni dell’ottavo album omonimo di Lucio Dalla. Da un cantautore antico, così come l’ho sentito definire in maniera bizzarra in un mercatino dell’usato dove c’erano in vendita i suoi vinili. Angeli, il titolo della canzone. Incisa a Carimate, in provincia di Como. A uno sputo dal confine con la Svizzera. Sputo non a caso. Un pezzo prezioso che dello scarto, però, non sembra avere nulla.

Lasciare l’Italia per andare a Lugano/ E toccarsi sempre con la stessa mano/ Come estero è una truffa: questo lago fa paura/ Ci sono troppe banche. Serve un samba, una strega, una fattura/ Le tre di notte non so dove sputare/ È così pulito che non si può sporcare/ Dal locale esce uno sbronzo che si annoia/ Non è solo, guarda un po’/ Anche a Lugano, anche a Lugano hanno una troia/ Lo spogliarello in quel locale di Lugano lo fa una donna col suo barboncino nano/ Vanno in albergo per studiare nuove mosse: la ragazza è libanese, il barboncino è di Torino e ha un po’ di tosse.”

Inizia così, col botto, questo pezzo inedito del cantautore bolognese, uscito solo qualche giorno fa e accompagnato su Youtube da un video che è una specie di cartolina illustrata di Lugano dove, oltre a tanto lago e agli angeli del titolo disegnati in animazione, s’intravedono l’Agorateca del Teatro Foce, il Parco Ciani, l’immancabile panchina rossa sul lungolago, la scalinata Salita degli Angioli e altri scorci della città. Una canzone che, come sorprendentemente si legge su Wikipedia “racconta una storia bislacca di emigrazione in una Svizzera italiana severa e bigotta”. Sarà. Di sicuro provvista di un testo carico di quel genio e della magia che solo un poeta come Lucio Dalla era capace d’insufflare nelle parole, nei versi delle sue canzoni.

Di sicuro siamo lontani anni luce da certa robaccia inquietante che, oggi, imperversa sempre su Youtube. Un esempio? Il videoclip dal titolo “Bubble tea” pubblicato di recente e che, fin da subito, ha fatto numeri stellari. Un video nel quale si parla della stessa città immortalata da Dalla, definendola “Lugano city, città dei ricchi, soldi sporchi che diventano puliti”. Protagonista un gruppo di ventenni ticinesi nullafacenti, perfetto esempio del vuoto pneumatico e del disagio imperanti. La Kebra Gang.

Tutti figli di una moda, di un modello deviante, e del fenomeno musicale che più imperversa nel presente. La trap. La filosofia della gang? L’esibizione della propria arroganza. Della propria tamarraggine. Manco fossero una banda di piccoli teppistelli o spacciatori della periferia degradata di una grande metropoli. Esibendo pistole, lame affilate, soldi, abiti griffati e macchinone. Facendo sesso con le bitch. Forse perché la donna è solo un altro dei tanti oggetti di cui abusare. E poi, a proposito di abusi, l’immancabile riferimento alla droga. Alla marijuana e alle canne, ma anche e soprattutto alla cocaina, passandosi il dito medio sotto al naso, in più di un’occasione. Insomma, gran bella shit.

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