Muro su muro

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Si è celebrata in questi giorni il trentennale della caduta del Muro di Berlino, la barriera che dal 1961 al 1989 divideva fisicamente, oltre che simbolicamente, due visioni opposte e inconciliabili del mondo: da una parte, l’Occidente capitalista, arroccato nell’enclave di Berlino Ovest, dall’altra il socialismo del blocco orientale nella sua più estrema propaggine verso Occidente. 30 anni dopo, la contrapposizione ideologica è venuta meno, ma i muri, quelli sono rimasti in piedi, e anzi si sono moltiplicati: ma se allora il Muro separava, in fondo, due visioni del mondo a livello globale, oggi le barriere sono soprattutto lo strumento dei sovranismi per difendere, a loro dire, le identità nazionali, vere o presunte, da altrettanto presunte invasioni dall’esterno. 

E se ai tempi degli imperatori cinesi e della Grande Muraglia il nemico erano i Mongoli, oggi sui muri del mondo si schiantano, e lasciano una scia di sangue, uomini e donne di diverse etnie, piccole gocce in un flusso migratorio che nel suo essere fondamentalmente globale trova sul suo cammino le barriere fisiche erette sulle frontiere tracciate sulla carta. Un segno tangibile che la tanto decantata globalizzazione è un affare per pochi, e che un mondo senza frontiere, si, esiste, ma solo per chi ha la fortuna di nascere dalla parte giusta di quei muri.

È probabilmente l’insicurezza globale di fronte all’aumentata circolazione delle persone, alimentata dalla mai sopita paura del diverso, dell’Altro, a sua volta fomentata dagli alfieri del sovranismo, a creare l’idea che ci sia un proprio spazio da difendere con una barriera fisica: Noi da una parte, dall’altra parte Loro, quelli che non sono come noi per un qualunque motivo, che sia il colore della pelle, l’etnia, la condizione economica, il credo religioso. Le frontiere divengono il recinto sacro a difesa della Nazione, trasfigurata in una sorta di idolo intorno a cui costruire un vero e proprio culto settario con i propri riti e officianti: l’identità nazionale, vera o presunta, con il suo sistema di simboli e valori spesso legati alla religione, diventa il Sancta Sanctorum intorno a cui costruire una barriera che ne impedisca la profanazione da parte degli infedeli e degli impuri.Cemento armato, reticolati, filo spinato: sono questi, oggi, gli strumenti sui quali, oggi, si infrangono spesso le speranze di uomini e donne in cerca solo di un futuro migliore, non solo nell’Occidente opulento, ma a livello, questo si, globale. Ci sono muri in ogni parte del mondo, migliaia di chilometri di barriere simbolo di una generale ansia che trova sollievo solo nella creazione di uno spazio chiuso e delimitato in cui percepire una sensazione di sicurezza. 

È un po’ come nel racconto di Frank Kafka, La Tana, in cui una creatura, dopo aver costruito la sua elaborata tana per tutta la vita, vive nel costante terrore di un non meglio identificato nemico esterno, che la costringerà a creare difese sempre più elaborate finendo per vivere, alla fine, nel suo essere chiusa nel suo cunicolo, in uno stato di ansia crescente. Quella stessa crescente paranoia che, oggi, porta al bisogno di rafforzare sempre di più i muri e militarizzare i confini a livello fisico e, a livello ideale, a concepire e propagandare idee identitarie e sovraniste che rendano mentali, oltre che fisiche, quelle barriere. Idee che si nutrono della paura dell’Altro, e che fomentano le divisioni, le insicurezze, i falsi miti della Nazione eletta che sfociano nella creazione di un nemico contro cui innalzare  muri e barriere: e se ieri quel Nemico erano i Mongoli o i barbari del Nord, oggi sono il povero, il migrante, la minoranza etnica o religiosa, il perseguitato.

Il tutto mentre, a differenza delle persone, merci e capitali viaggiano liberamente per tutto il globo: per essi, semplicemente, il capitalismo rimasto unico vincitore non ha previsto alcun tipo di muro.

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