Quelle manine di Google

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Una lunga e dettagliata inchiesta condotta dal Wall Street Journal ha smascherato Google. A gestire il motore di ricerca non ci sarebbero solo dei fantastici algoritmi, ma anche certe manine che non ti aspetti. Pronte a indirizzare e annacquare le ricerche, a intervenire per organizzare i contenuti offerti a miliardi di utenti. Alla faccia della tanto sbandierata libertà della Rete. Le risposte offerte da Google, che ha sostanzialmente il monopolio delle ricerche online, sono ritoccate più di quanto si possa credere.

Qualche esempio? Da tempo il re dei motore di ricerca ha attivato una funzione che aiuta l’utente suggerendogli come completare la propria ricerca. Gli consiglia le parole da inserire. Un suggerimento che arriva sulla scorta di informazioni che riguardano l’utente, la sua posizione geografica e le ricerche eseguite in precedenza. Un sistema che facilita e velocizza la ricerca dei contenuti. Peccato solo che in questa lista siano assenti le parolacce o quei termini che sono considerati sensibili.

Così, digitando Donald Trump o Gianni Morandi, tra le parole associate non troverete né idiota e neppure coprofago, malgrado ci sia una leggenda metropolitana alimentata proprio dalla rete che vedrebbe il cantante italiano legato a quella bizzarra pratica che è il “mangiare la merda”. Parolacce a parte, ci sarebbero limiti anche riguardo alla presenza di termini riconducibili a temi sensibili come il suicidio o ancora l’antisemitismo.

La parola ebreo, in precedenza associata ai nomi di alcuni politici francesi finiti nel mirino dell’odio antisemita tornato da tempo a soffiare prepotente anche in Europa, è sparita dalle ricerche, anche per via della pressione esercitata dalle autorità francesi. In questo caso Google ha acconsentito a “mitigare algoritmicamente” le parole suggerite che potessero essere fonte di una qualche forma di discriminazione.

Un documento riservato che risale all’estate dello scorso anno descrive proprio le direttive da seguire per bloccare i siti che fanno disinformazione, in modo che non siano inseriti in Google News e altri servizi dell’azienda. Oltre alle procedure da adottare nei confronti dei contenuti considerati ingannevoli, nel documento finito nelle mani del Wall Street Journal, si legge che “lo scopo della blacklist è di impedire a questi siti di arrivare in qualsiasi servizio di ricerca e prodotto per le news”.

Insomma, non è solo frutto di un algoritmi, tutto quello che luccica in Google. Algoritmi il cui funzionamento è da sempre tenuto segreto, come la ricetta del Toblerone. Una segretezza che ne vorrebbe anche preservare l’autonomia e l’assenza di interferenze e di ingerenze. Eppure accade sempre di più l’esatto contrario di quanto dichiara il buon colosso di internet che, a proposito del proprio motore di ricerca, giura essere automatico e privo di interventi umani per raccogliere oppure organizzare le pagine dei risultati. Sarà.

Ciò che è certo è invece che ogni secondo su Google vengono condotte circa sessantatremila ricerche. È, di fatto, per praticità e diffusione, il motore di ricerca più utilizzato al mondo. Google sostanzialmente ha un monopolio delle ricerche online, con un potere senza pari tra le aziende della rete, un grande fratello, in grado di determinare cosa sappiamo o dovremmo sapere del modo. O peggio cosa invece non dobbiamo sapere, condizionando il modo di cercare e cosa sul web.

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