Rivolta popolare in Colombia

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Un vento di rivolta spazza l’America latina. Dopo le proteste degli indigeni in Ecuador, in Bolivia e in Nicaragua, dopo le manifestazioni brutalmente represse nel sangue in Cile, da una settimana ormai la Colombia vive ore convulse. Ne abbiamo parlato con Gladys Bernasconi Bogotà di Vaglio, membro dell’Associazione culturale colombiana “Viva mi tierra” molto attiva in Ticino.

“A dire il vero” ci spiega Gladys che vive in Ticino da più di 20 anni ormai, ma che ha ancora la mamma e parte della famiglia a Bogotà, “i problemi in Colombia sono iniziati tanto tempo fa, già sotto la presidenza di Alvaro Uribe con la vendita ai cinesi di parte dei nostri arcipelaghi. Le manifestazioni di protesta di questi ultimi giorni sono iniziate con lo sciopero generale di venerdì scorso, indetto per protestare in particolare contro l’abbassamento degli stipendi e la politica del governo di Ivan Duque” aggiunge la nostra interlocutrice che precisa: “Noi colombiani del Ticino abbiamo avuto paura per le nostre famiglie in patria, la violenza nelle strade da parte delle forze dell’ordine era davvero impressionante. Ora però pare che si stiano attuando degli accordi e che la calma stia tornando.”

La violenza degli uomini dell’Esmad

Intanto i violenti scontri nella capitale, a Calì e a Medellin hanno fatto delle vittime tra cui il giovanissimo studente Dilan Cruz, 18 anni, morto mercoledì dopo due giorni di agonia. Lunedì scorso mentre partecipava ad una marcia pacifica nelle strade di Bogotà Dilan è stato colpito alla testa dallo sparo di un agente dell’Esmad, colombiano. Costituito nel 1999 dall’allora presidente Andrés Pastrana, durante uno dei periodi più acuti della guerra civile in Colombia, l’Esmad è un corpo antisommossa che dipende dalla polizia colombiana. I suoi agenti sono armati di lanciatori di proiettili, lacrimogeni, storditori e paintball. Gli uomini dell’Esmad sono tristemente noti per la violenza dei loro interventi: stando all’ONG “Paz y Reconciliaciòn”, tra il 1999 e il 2018, nella sola Bogotà le loro azioni avrebbero provocato 18 morti.

Un dialogo allargato

A Bogotà però in questi giorni c’è chi dà la colpa di tutto questo caos e di queste proteste al flusso di migranti in provenienza dal Venezuela: “I profughi venezuelani commettono atti di vandalismo, occupano abusivamente le case dalle quali cacciano via con la forza gli abitanti e seminano il terrore tra la gente” ci racconta la residente di un quartiere residenziale del nord della capitale. Per lei come per altri abitanti di quella zona ricca di Bogotà, all’origine delle manifestazioni di questi ultimi giorni ci sono “i profughi e i comunisti”, ma in nessun modo l’ingiustizia sociale, la miseria e la corruzione del governo di Ivan Duque.

Comunque sia, la rivolta colombiana ha fatto, oltre a Dilan che ne è diventato il simbolo, altre due vittime oltre a 300 feriti mentre 330 persone sono state arrestate in tutto il paese. Per la prima volta dopo 40 anni, è stato decretato il coprifuoco. Il presidente, come ci ha confermato Gladys Bernasconi, ha accettato di sedersi al tavolo dei negoziati con i sindacalisti e i rappresentanti delle imprese e ha promesso di chinarsi sulle questioni sociali e sulla legalità nell’ambito di un dialogo allargato che dovrebbe andare avanti fino a marzo. Con la speranza che sia costruttivo.

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