S.”Poupou” Poulidor, assunto in Cielo

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Raymond Poulidor e Jacques Anquetil erano  dei Coppi e Bartali più definiti, senza sfumature possibili, come il Diavolo (Jacques) e l’ Acqua Santa (Raymond), ma se per i campioni italiani l’eterna sfida fra il talento che rende tutto facile e la forza di volontà dei meno dotati non era scontata, fra i francesi non ammise mai eccezione. Per 12 anni, dal 1964 al 1976, Poulidor inchiodò più che Anquetil la Francia intera all’asfalto e alla polvere del Tour: 8 volte sul podio senza aver mai indossato la maglia gialla. Un destino crudele, “fantozziano” al massimo, beffardo persino quando Raymond andò a trovare Jacques in fin di vita a  53 anni per un cancro allo stomaco. I due erano diventati amici. Jacques si congedò con il sorriso sulle labbra, ma fedele a se stesso, non seppe rinunciare a un’ultima battuta: “arriverò primo anche questa volta…”

Casi del genere lo sport ne ha vissuti molti, ma nessuno così estremo, l’eterna sconfitta condita dalla beffa finale, il ghigno d’una mano untuosa che si diverte a farti del male, come quando, nel 1964, il Tour prevede il finale di tappa in pista: “Poupou” parte come un tarantolato ed è convinto di essere arrivato primo, prima di accorgersi che bisognava fare un giro in più, quello che consentirà ad Anquetil   di raggiungerlo, batterlo, e guadagnare il decisivo abbuono. Oppure come quando nel 1966, Anquetil, in crisi, dice al rivale:”oggi ho perso il Tour”. Ma poi si sacrifica per il suo gregario Aimar che ce la fa al posto suo. Raymond lo affronta: “non m’avevi detto che il Tour era mio?”. “No, t’avevo detto che io non potevo vincerlo, non che l’ avresti vinto tu”. 

Non che Raymond sia rimasto a digiuno di vittorie; una “Vuelta” la Milano-Sanremo, la Freccia Vallone fra molte altre. Ma mai il Tour. Eppure i francese lo hanno amato e riempito di affetto sino all’altro ieri, quando è morto a 83 anni. “Il ciclismo mi ha dato tutto, non sono deluso, senza la bicicletta avrei passato la vita a zappare la terra”. Proprio come il bracciante  di Brassens, tradotto da Svampa “poar Martin, poar ganzula, vanga la tera, vanga ‘l to temp”.

Poulidor non ha avuto bisogno di chiedersi se un giorno andrà con i Santi in paradiso: era già stato santificato da una parte della Francia , quella dalle unghie nere di terra e di catrame; lo avevano eletto a protettore degli eterni perdenti, di quelli che prendono palate di palta in testa. Lui sempre  gentile, mai astioso, capace persino di ironizzare su se stesso. Che lezione per i campioni odierni, egocentrici e spocchiosi al punto da prendersela con allenatori, genitori, arbitri , e in modo teatrale con se stessi, se steccano una pallina: certo, loro, Dei, non possono perdere. Non sanno che il vero vincitore nel braccio di ferro con l’Avversario fu proprio, lui, l’eterno perdente (sui pedali) “Poupou”, che si fece beffa   del destino sorridendogli in faccia.

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