Viola Ardone, un (quasi) esordio commovente e sincero

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Un (quasi) esordio commovente e sincero, una storia che trae spunto da episodi realmente accaduti, un libro che commuove e fa pensare. Perché è sensibile, poetico e profondo: «Il treno dei bambini», della giovane autrice napoletana Viola Ardone.

Siamo nel 1946, il secondo conflitto mondiale è appena finito e mostra le sue ferite. La più lancinante riguarda le regioni più povere, quelle nel Meridione, e colpisce la fascia anagrafica più fragile: quella dei bambini. Non vanno fatti giri di parole per descrivere questa piaga, basta un sostantivo solo: fame. Quella vera. In risposta a questa emergenza il Partito Comunista, in collaborazione con l’Associazione delle Donne, ha ideato un progetto che, nelle intenzioni, è senza dubbio meritorio. Con la dizione «Il treno dei bambini» vengono organizzati dei trasporti di questi fanciulli dalla Campania all’Emilia Romagna (e anche nelle Marche). Viaggi che vogliono rispondere alle immediate esigenze di questi bimbi e che si possono trasformare in «affido», e «adozione». L’intenzione è senza dubbio meritoria, ci mancherebbe, anche se non mancano i risvolti negativi. Come ad esempio la lacerazione degli affetti, la coercizione (non diciamo deportazione) fisica che una ricollocazione comporta, le indelebili ferite annesse.

Da questo dato storico prende spunto il romanzo di Viola Ardone, titolato appunto «Il treno dei bambini». La giovane scrittrice partenopea fa subito colpo, risultano la firmataria del libro italiano più ambito nell’ultima Buchmesse di Francoforte: i diritti di traduzione vengono ceduti per 22 Paesi!

La storia raccontata dalla Ardone è quella di un ragazzino, Amerigo, che dopo un tergiversare della madre (vive sola, il padre è partito per gli States in cerca di fortuna) affronta questo speciale viaggio della speranza. Le cose vanno anche bene, tant’è che trova una nuova famiglia, nuovi fratelli e compagni di scuola (adesso ci va!). Risposte adeguate ai suoi reali bisogni (lo stomaco, gli affetti) ed ai suoi talenti che nemmeno lui sa di possedere (la musica, in particolar modo lo studio del violino). Un’altra vita, anche se la mamma … manca. Torna a Napoli ma lo sradicamento si fa sentire ed è una brutta scoperta, la terra ferma forse è in Emilia e bisogna ritornare.

Una storia di formazione che, in fondo in fondo, tenta di trovare soluzione ad un dilemma profondo: «cosa siamo disposti a fare, a quali rinunce siamo pronti per scoprire il nostro destino?». Questione delicata e pesante, questione che Viola Ardone con «ostinato candore» (la definizione è di Michele Serra) ci porta a scrutare in un’Italia raramente letta. Un balzo nel tempo persino necessario, per trovare un Paese certamente più povero ma anche più umano e solidale. E con voglia di futuro. La scelta tra «l’insicurezza indegna e la protezione artificiale imposta dall’alto» (sempre Serra) si fa lacerante e permea ogni pagina delle 248 scritte dalla Ardone.

Senza nulla concedere alla facile retorica e/o all’adulazione, l’autrice partenopea propone un piccolo-grande gioiello. Grazie ad uno stile chiaro sa tratteggiare i diversi personaggi e descrivere lucidamente le ambientazioni (quella napoletana, la emiliana, le famiglie, la società). Soprattutto sa incidere, attraverso certi avvenimenti portanti (il finale è commovente, preparare i fazzoletti), nella pancia e nel cervello dei lettori lo strazio dell’irreversibile scelta.

«Il treno dei bambini», 2019, di Viola Ardone, ed. Einaudi Stile Libero, 2019, pag. 248, Euro 17,50.

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