AIDS, la guerra non è finita

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Ieri, 1 Dicembre, ricorreva la giornata mondiale della lotta all’AIDS. Quella che negli anni ‘80/90 è stata una vera e propria epidemia è oggi, fortunatamente, più contenuta nelle cifre e nei suoi tragici bilanci, anche se in molti Paesi africani e asiatici rimane una piaga non ancora debellata. I successi della medicina e la conseguente migliorata aspettativa di vita per sieropositivi e malati, almeno in Occidente, non devono tuttavia fare abbassare la guardia nei confronti di quella che è e comunque rimane una minaccia sempre viva anche per le nuove generazioni.

La sindrome da immunodeficienza acquisita, questo il significato dell’acronimo AIDS in inglese, trasmessa tramite il virus HIV,oltre ai suoi evidenti aspetti clinici, comporta anche una serie di conseguenze a livello sociale per le persone colpite, sia nei rapporti con il partner e le persone vicine, sia, soprattutto, per quanto concerne tutte le discriminazioni e i pregiudizi a cui sono esse sono sottoposte.

Una punizione divina?

I sieropositivi (ovvero, per chiarezza, le persone che hanno contratto il virus HIV ma non hanno ancora sviluppato la malattia) negli anni passati erano considerati spesso alla stregua di appestati, come nuovi lebbrosi con cui evitare il contatto ad ogni costo. La confusa informazione sulle modalità di contagio, la relazione con le tossicodipendenze e il carattere di malattia a trasmissione sessuale, collegata in genere al mondo omosessuale, rendevano l’idea del sieropositivo o malato di AIDS come di una persona dedita a una vita di dissolutezze e vizi, creando un’ulteriore aura di discriminazione e pregiudizio che impediva, spesso, la reale comprensione del fenomeno e ghettizzava di fatto i malati alla stregua, quasi, di quelli che se l’erano un po’cercata. Non sono mancate, infatti, le voci che, soprattutto dal mondo cattolico e religioso in generale, hanno definito l’AIDS una punizione divina per l’omosessualità e, in genere, per le condotte sessuali libere, e in alcune culture (come in Thailandia fino a poco tempo fa), per tale convinzione i malati venivano abbandonati e privati delle cure.

Una vita normale

La medicina, fortunatamente, negli ultimi tempi ci ha consegnato una verità diversa: prima di tutto, le moderne terapie antiretrovirali hanno permesso di rendere l’HIV un’infezione cronica, aumentando l’aspettativa di vita e consentendo di convivere col virus conducendo una vita normale, seppur con qualche precauzione. Anche perchè nella vita di tutti i giorni il rischio di contrarre il virus HIV è inesistente: i contagi tramite tatuaggi (ovviamente con le normali regole igieniche), punture di zanzare, oggetti personali e piccole ferite sono assolutamente esclusi. Una coppia con uno dei partner sieropositivo può vivere una relazione di coppia normale, e anche il rischio legato a una gravidanza e al contagio del nascituro può essere quasi sempre evitato con le terapie adeguate. Questo perché le terapie antiretrovirali attuali, e questa è la vera rivoluzione anche nel sentire comune, hanno sostanzialmente eliminato il rischio di contagio da parte delle persone sieropositive che le seguono regolarmente e la cui carica virale non è più rilevabile. Queste persone, dopo decenni di timori e angosce, possono quindi avere rapporti sessuali non protetti senza timore di contagiare il proprio partner. Viene meno, dunque, l’aura di “untori” attorno ai sieropositivi, anche se, è bene dirlo, le organizzazioni come Aiuto Aids Svizzero continuano a raccomandare l’utilizzo del preservativo, anche perché le terapie per l’HIV non proteggono comunque da altre malattie sessualmente trasmissibili. È tuttavia da sottolineare come tutto ciò valga in gran parte solo per l’Occidente, mentre si continua a morire in Africa, dove è localizzato il 60% dei malati di AIDS a livello mondiale e, dato inquietante, il 73% dei contagi di adolescenti a livello mondiale.

Prevenire, sempre e comunque

Anche se i casi i contagio tendono a diminuire di anno in anno (770mila nel 2018 contro gli 800mila del 2017, e il 33% in meno rispetto al 2010), la via principale per combattere la piaga dell’AIDS, non ci si stancherà mai di ripeterlo, sono e rimangono la diagnosi precoce tramite il test e, soprattutto, la prevenzione costante nei rapporti sessuali: l’uso del profilattico in caso di rapporti occasionali o con persone della cui sieronegatività non si è certi, o la moderna PrEP (ovvero profilassi pre-esposizione, l’assunzione di farmaci prima di rapporti a rischio) sono, al momento, gli unici sistemi sicuri per non contrarre l’HIV, oltre alle altre malattie sessualmente trasmissibili. Occorre, quindi, parlare liberamente di HIV e AIDS senza tabù e moralismi, e, soprattutto nei confronti dei giovani, mettere in atto delle strategie costanti di educazione sessuale e informazione per la prevenzione. Perché si, di AIDS si può ancora morire, ma la consapevolezza e la responsabilità possono aiutare a vincere la battaglia, in attesa del tanto atteso, ma mai finora realizzato vaccino.

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