Ciao Lugano, anche tu hai una periferia

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I lampeggianti della polizia illuminano la notte di martedi in Via Merlina, a Lugano. Qualcuno sbircia dal balcone, incuriosito nel vedere così tante auto delle forze dell’ordine. Un passante si ferma, e da sotto l’ombrello estrae un telefonino, con il quale si mette a filmare la scena. Gli occhi sono puntati verso una piccola pensione. Tutte le luci sono accese. In una in particolare, si nota una sagoma nera che cammina avanti e indietro, come un orologio a pendolo. È un agente di polizia e in quella stanza c’è stato un delitto.

Un passo indietro. Poco dopo le 19 alla Centrale comune di allarme arriva una segnalazione: un uomo ha un malore. I soccorsi si precipitano alla Pensione la Santa di Viganello, ma non c’è più niente da fare. L’uomo è riverso a terra in una pozza di sangue. La vittima, un trentacinquenne del Bellinzonese, è stata aggredita e uccisa di botte, secondo gli inquirenti proprio da chi aveva allertato gli agenti, il movente del pestaggio sarebbe da ricercare nei rapporti che collegavano la vittima e i suoi aggressori. Tutti i protagonisti della vicenda sono coinvolti nell’ambito dello spaccio e del consumo di stupefacenti; questo fa presupporre che la rissa sia scoppiata per un litigio oppure un regolamento di conti. Inoltre sia il bellinzonese che i due uomini fermati, un trentaquattrenne cittadino austriaco domiciliato nel Luganese e un quarantatreenne svizzero domiciliato nel Mendrisiotto, sono noti alle forze dell’ordine.

Il fatto che i presunti aggressori abbiano avvisato la polizia dopo il pestaggio fa pensare a un gesto non premeditato. Nei primi interrogatori, affiancati dai difensori d’ufficio, si sarebbero rifiutati di rispondere alle domande. 

“Liti all’ordine del giorno”

La Santa e via Merlina non sono nuove a fatti cruenti. A poca distanza dalla Pensione c’è il centro per le dipendenze Ingrado. 

Già nel 2011 la strada era balzata agli onori della cronaca per episodi di violenza, con tanto di spranghe di ferro e coltelli. 

Un uomo, dopo una discussione, finì ricoverato al pronto soccorso dell’ospedale di Lugano, perché ferito al braccio da un coltello.

Secondo i vicini delle Pensione non di rado capita di sentire oppure assistere a liti o screzi fra gli ospiti del garni.

“Da noi non succede”.

E così, anche Lugano scopre di avere una periferia, di ospitare situazioni di disagio, degrado, marginalità. Di essere in fondo, al di là delle vetrine di Via Nassa e delle luci del Mercatino di Natale, una città come le altre. Un centro brillante e opulento circondato da una cintura dove si spaccia, si vive nella precarietà, dove si muore bruciati vivi a Natale, come Ignazio (leggi qui sotto), o massacrati di botte, come la vittima di Viganello. 

Sono numerose le persone collocate in alloggi privati pagati dall’assistenza o dall’AI: per i proprietari sono soldi sicuri, garantiti e senza ritardi, a fronte di qualche rischio, a volte, come quello di ritrovarsi l’appartamento devastato. O un morto in casa. 

“Una Pensione ovviamente priva di personale sociale in grado di prendere a carico i casi problematici che vi giungono”, così scrive il PS Lugano in un’interrogazione a proposito della Pensione La Santa. E non si parla solo di essa. Un tetto sopra la testa pagato dallo Stato,  questo, spesso, l’unico beneficio per chi vive in queste situazioni, poi tocca arrangiarsi, ricevere periodicamente la visita del proprio curatore in caso di invalidità, e poco più. 

Si fa finta di non vedere, forse. Perché la povertà e il disagio, alle nostre latitudini, sono viste come una sorta di macchia disonorevole, un’ombra che insidia le luci. Come se chi è in assistenza, in fondo, è solo un fannullone che non vuole lavorare, la persona invalidità solo un peso fastidioso. Gente che, nell’idea di alcuni, dovrebbe camminare con i campanelli alle caviglie come i lebbrosi della Bibbia, per far sì che le persone perbene, quelle sane nel portafogli, possano evitarle.

E poi, di fronte alle inevitabili conseguenze in termini di cronaca nera, si starnazza al crimine in crescita, si evoca la forca: ignorando, ipocritamente, che quasi nessuno nasce criminale (e in quel caso, è comunque una persona da curare),  e che il crimine nasce soprattutto nella marginalità, nel degrado, nel disagio. Quel disagio a cui non si oppone spesso una reazione umana e solidale, fatta di aiuto concreto da parte di strutture adeguate, pubbliche o private, con personale formato, luoghi di cura e attenzioni per le persone che la vita ha posto ai margini della società: solo un tetto sulla testa, perché non sia mai che si vedano persone sotto i ponti nella civilissima Lugano. Poi, parola d’ordine: arrangiarsi. Sperando di non finire bruciati vivi, pestati a morte, morti assiderati, o, bene che vada, ricoverati a forza in un ospedale psichiatrico.

Basta non dare fastidio: c’è gente che deve dormire. 

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