Da Freddie a Nureyev, una strage di stelle

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Se nei primi tempi della sua diffusione l’AIDS era una malattia generalmente associata all’omosessualità, quasi “di nicchia”, una sorte che toccava a chi si concedeva a dissolutezze immorali, la morte di alcuni personaggi del mondo dello spettacolo ha presto fatto mutare la percezione. L’AIDS diveniva quindi una malattia che poteva colpire tutti, dal tossicodipendente di quartiere a stelle di Hollywood come Rock Hudson, morto nel 1984, e Anthony Perkins, mancato nel 1992, personaggi che, comunque, avevano fino a quel momento nascosto la propria omosessualità.

Fu Freddie Mercury, il frontman dei Queen, in un certo senso, la prima vera vittima illustre dell’AIDS: la sua morte, il 24 Novembre 1991 per le conseguenze di una broncopolmonite, rese consapevoli milioni di persone del rischio legato alla malattia e della necessità di aumentare gli sforzi per la prevenzione e la ricerca di una cura. Mercury, seppur dichiaratamente omosessuale, tenne nascosta la malattia fino al giorno prima della morte, quando, per mettere a tacere tutte le illazioni e le congetture, rivelò al mondo la sua condizione con un celebre comunicato:

In seguito alle disparate congetture diffuse dalla stampa nelle ultime due settimane, desidero confermare che sono risultato sieropositivo e di aver contratto l’AIDS. Ho ritenuto opportuno tenere privata questa informazione fino a oggi per proteggere la privacy di quanti mi circondano. Comunque è giunto il momento di far conoscere la verità ai miei amici e ai miei fan e spero che si uniranno a me, ai miei dottori e a quelli di tutto il mondo nella lotta contro questa terribile malattia”

L’anno successivo, il Freddie Mercury Tribute, un monumentale concerto che radunava allo stadio di Wembley decine di star della musica insieme ai Queen in ricordo dello scomparso leader, permetteva di raccogliere 12 milioni di sterline da devolvere alla ricerca. La morte di Freddie Mercury portò dunque i riflettori del mondo intero sull’AIDS, che, probabilmente da quel momento, diveniva un argomento di cui parlare senza tabù, nell’ottica della prevenzione e della consapevolezza.

Oltre ai personaggi citati, sono altre le vittime illustri della “peste del secolo”, alcune infettate in seguito a trasfusioni di sangue, come il padre della fantascienza robotica Isaac Asimov, la cantante israeliana Ofra Haza o il tennista Arthur Ashe, altre vittime del contagio in ambienti omosessuali a causa, soprattutto, della sottovalutazione del pericolo del virus, come il ballerino Rudolph Nureyev, il pittore Keith Haring, o il poeta Dario Bellezza. Star dello spettacolo e della cultura uccise da quella che negli anni Ottanta fu una vera e propria epidemia, frutto della mancanza di consapevolezza e di attenzione, anche in campo medico.

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