“Il colibrì”, un Veronesi in gran forma

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Per tanto, troppo dolore ci vuole una sola cosa: resistenza. Come quella del colibrì, il minuscolo uccello che sbatte freneticamente le ali per restare … fermo. Un Sandro Veronesi in grande forma, quello de «Il Colibrì». 

Quando uno scrittore si può definire «bravo» ? Quando nell’espressione riesce a frequentare la profondità senza che il lettore se ne avveda, quando descrive una apparente banalità portando chi legge in altri meandri dell’anima, quando possiede uno stile in grado di calamitare la passione di chi legge evitando il banale intrattenimento. Dunque è una questione di «argomenti», di «personaggi azzeccati», di «temi attuali ed eterni», ma non solo. Come sa fare benissimo, ad esempio, Sandro Veronesi.

Va premesso che il latore di queste note adora l’ex-architetto toscano per una questione personalissima, perché nel 2006 ha scritto un romanzo («Caos calmo», premiato dallo Strega e tradotto in 20 lingue) perfetto per quel «suo» specialissimo momento. Il classico libro che dà le parole ed emozioni e dolori altrimenti inesprimibili. Sono le magie del rapporto tra scrittore e lettore, una sintonia che accade raramente ma quando capita allora … . Da questa opera venne anche tratto un bel film, omonimo, con Nanni Moretti e Isabella Ferrari.

Adesso Veronesi è ora in libreria con «Il colibrì», edito da «La nave di Teseo». In non pochi l’ hanno acclamato quale «libro dell’anno» (l’inserto «La lettura» del «Corriere della Sera» lo ha eletto a questo rango senza troppi timori) e in effetti è un gran bel romanzo. «Il Colibrì» è la storia, dolorosa e dolente, di un uomo che ne ha viste davvero tante, trafiggendo un periodo storico che va dal 1970 al 2030. Lui, chiamato «il Colibrì» dalla madre per via di un difetto all’ormone della crescita (poi risoltosi), è davvero come quel minuscolo uccellino in grado di restare immobile in volo continuando ad agitare le minuscole ali, in certi momenti addirittura in rimonta o controcorrente. Una sorta di resistenza individuale che lo fa sopravvivere a poche gioie e a tante tragedie famigliari (che non hanno uno specifico generazionale: riguardano genitori, fratelli e figli), e ad un florilegio di personaggi davvero memorabili, sempre pronti ad acrobazie esistenziali inaudite. Tragedie che si risolvono in comicità e commedie davvero laceranti. Amori che si esauriscono per consunzione ed altri che resistono, seppur contraddistinti da patti medievali (come dire altrimenti un rapporto fondato su di un voto di castità tra i due amanti?). 

Per quanto riguarda i diversi soggetti presenti in questa narrazione vi è l’imbarazzo della scelta. A cominciare dal primo ad entrare in scena, uno psicologo che rompe il segreto professionale per comunicare a lui, Marco Carrera detto il Colibrì, che «il suo matrimonio è finito, che sua moglie è incinta ma … di un altro». Una mazzata in grado di uccidere tutti ma non il nostro oftalmologo, che … .  E siamo solo all’inizio. 

In seguito i drammi si susseguono e in un’alternanza di capitoli mai cronologici (avanti e indietro di decenni, con ritorni e balzi in avanti) la storia del protagonista diventa saga familiare, o meglio ancora saga del dolore. Dalla quale il Colibrì riesce sempre a salvarsi, vuoi per innato e inconsapevole amore per la vita, vuoi per una resilenza che solo i piccoli sanno esprimere nei confronti del passare del tempo. Le figure familiari sono leggendarie, che si guardi indietro (con i genitori che più diversi tra loro non possono essere, e stanno compiendo un percorso contrario senza nemmeno avere l’avvertenza di riconoscersi nel momento di incontro) oppure in avanti (la figlia e il … nipotino). La parola «normalità» non ha diritto di cittadinanza in questa famiglia e l’autore toscano è bravissimo nel saperne scrutare e descrivere i minimi particolari, quelle crepe caratteriali che poi diventano emblematiche. E nel contatto con gli altri, con le minuzie del prossimo, vanno a creare un qualcosa di potentemente nuovo.

La forza maggiore di Veronesi è la scrittura, lo stile. Bazzica diversi registri e tante modalità (dalla narrazione pura alla email, dall’epistolare al descrittivo, dal messaggino al racconto in sè) e, da sornione sempre ironico, coinvolge nella sua narrativa nomi veri (il ristorante Gambero Rosso, allora nascente) ed altri intuibili (l’ormone della crescita, chi non pensa a Messi?). Leggere «Il colibrì» è un po’ come ascoltare le canzoni di Franco Battiato, dapprima si avverte la sensazione di essere presi in giro, poi … poi ci i accorge che sotto la scorza c’è tanta roba.

Le citazioni, nel corso delle 370 pagine, sono davvero tante ed ognuna ha la sua precisa pertinenza. Si va da «La patente» di Pirandello a Claudio Perroni, suo amico fraterno fondatore de «La nave di Teseo» e appena suicidatosi. Eppoi Vargas Llosa e Joni Mitchell, Leavitt e Luigi Zampa: scrittori, registi, cantautrici e … poeti ingiustamente sconosciuti e/o dimenticati. Infine ma non da ultimo, Beppe Fenoglio. Per lui il discorso si eleva. Infatti vi è un capitolo, «Ai mulinelli», che a modo di vedere di chi firma queste note, vale da solo la spesa del libro. E’ un unicum, e/o «una prima volta»: si tratta di una cover (un’altra versione) letteraria: la riscrittura di un racconto originariamente scritto dal grande autore di Alba. Il motivo di questo riadattamento ? ce lo spiega lo stesso Veronesi: 

«C’è una perfezione in quel racconto, probabilmente il più bello mai scritto in lingua italiana. Che sarebbe scomparsa limitandosi ad appropriarsi dell’idea che lo ha generato, senza riprodurne anche lo schema. E’ proprio la composizione che lo rende perfetto, è la combinazione di candore e di disperazione che lo rende così naturale. Perciò ho deciso che lo avrei riscritto … cercando di rispettare quella composizione e quella combinazione». 

Inutile aggiungere che ci si unisce al coro di quelli che definiscono «Il colibrì» fra i migliori libri del 2019.

«Il colibrì», 2019, di Sandro Veronesi, ed. La nave di Teseo, 2019, pag. 368, Euro 20,00.

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