La banalità del male

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Dopo il processo di Norimberga, ispirandosi alla grigia figura di Adolf Eichmann, il contabile del genocidio nazista, Hannah Arendt, filosofa e giornalista ebrea tedesca, scrisse “La banalità del Male”. Un libro filosofico più che di cronaca, e che affrontava alle radici l’orrore nazista.


La deviazione maligna

In un interessante articolo di qualche tempo fa, Antonella Serrecchia ripercorre i concetti che portarono la Arendt a vedere nella malvagità non qualcosa di eccezionale, una deviazione maligna, bensì una terribile normalità dell’uomo.

Bell’articolo per la fine dell’anno, vero? Eppure, capire che quella che noi crediamo malvagità orribile è in realtà prosaica prassi per la nostra specie può aiutarci.


Può aiutarci a capire, e distinguerci, a comprendere che quando come masse urlanti seguiamo l’uomo forte di turno che addita un nemico, sia questo l’ebreo, l’immigrato o Greta Thunberg, non siamo altro che stupidi prosecutori di una logica di specie, che ci ha creati così ottusi. Una pessima notizia? Sì, la storia si ripete in cicli, perché l’uomo è in fondo stupidamente fedele agli schemi che ne costruiscono la debole psiche. Animali terrorizzati, con un barlume di intelligenza che invece di aiutarci ci rende spaventati e facili prede dell’odio, visto come rifugio emotivo: la colpa è dell’altro, non nostra. Una buona notizia? Dalla stupidità si può provare a guarire, con fatica, istruzione, pazienza.

Solo il bene è radicale

Hannah scriveva: “Quel che ora penso veramente è che il male non è mai ‘radicale’, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si ‘espande sulla superficie come un fungo. Esso ‘sfida’ come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua ‘banalità’. Solo il bene è profondo e può essere radicale”


Solo il bene è profondo e radicale, richiede sforzo laddove l’odio chiede solo fede ottusa. Il delitto è abituarci ai crismi che creano la violenza, è diventare anestetizzati all’orrore, alla disuguaglianza, all’ingiustizia. Perché è quando la percepiamo come normale, “banale” come dice la Arendt, che estrinseca tutto il suo gonfio e truce presente. Antonella Serrecchia termina il suo articolo con delle frasi chiare, dove paragona non a Hitler, l’orrore supremo, ma al banale Eichmann, il contabile dell’Olocausto, che con carte bollate ed organizzazione teutonica mandò a morte milioni di persone:

“La risurrezione di una frangia politica estremista e intollerante, che costruisce il proprio programma sulla base della ricerca di un capro espiatorio, pur non essendo paragonabile alle folli ideologie naziste, è comunque preoccupante. Convincere una popolazione impoverita che la colpa dei problemi della comunità sia di una particolare minoranza etnica o religiosa è irresponsabile e rappresenta un inquietante passo indietro nella storia dell’uomo. Coloro i quali fanno propaganda populista, istigando all’odio un elettorato frustrato e poco istruito, non sono Hitler, ma Eichmann; coloro i quali, impigriti, si lasciano convincere che esistano soluzioni facili a problemi complessi, e per questo si trasformano da elettori senzienti a fanatici del carismatico leader di turno, non sono Hitler, ma Eichmann; coloro i quali ricoprono cariche pubbliche, dalla più semplice alla più onorevole, ma l’unica comunità che servono con zelo è costituita da loro stessi e dalla loro ristretta cerchia, non sono Hitler, ma Eichmann; coloro i quali sono a contatto con l’illegalità, ma non se ne discostano per indolenza, non sono Hitler, ma Eichmann. E il guaio di non essere Hitler, ma Eichmann, “è che di uomini come lui ce n’erano tanti e questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali,” e che, scrive Arendt, “quella lontananza dalla realtà e quella mancanza di idee, possono essere molto più pericolose di tutti gli istinti malvagi che forse sono innati nell’uomo”.


E allora vi auguro un anno difficile

Il nuovo anno ci chiede uno sforzo. Quello di essere istruiti, informati, di non ascoltare il primo idiota di turno berciante. Ci chiede di fare qualcosa per noi stessi invece di delegare ad altri, ci chiede di non cedere perché dobbiamo essere responsabili del nostro futuro e non pedine manovrate da un male banale.

Buon Anno a tutti, un anno difficile, duro, di confronti e dubbi, ma di libertà e leggerezza consapevole, quando scoprirete che siete artefici del vostro destino, capitani, come scriveva Henley, della vostra anima.

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