L’elefante di legno

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È un elefante ligneo, peserà almeno due quintali. È posizionato appena fuori dal marciapiede, sulla strada, lo vedo ogni volta che passo. Da piccolo ne sarei rimasto rapito.

È l’elefante indiano di legno che segnala il negozio di tappeti del signor Dorelli*

Io amo i tappeti. In casa mia un tappeto dell’Ikea non ci entra nemmeno se mi prendono a fucilate. Piuttosto cammino sul pavimento nudo, perché un tappeto è un’esperienza mistica.

Un tappeto è una storia, impigliata fra trama e ordito.

E il signor Dorelli, che negli anni me ne ha venduti diversi, sapeva raccontare. L’acquisto di un tappeto è una cosa ponderata, lenta, non è un affare impulsivo. Deve crearsi un’amicizia, un contatto tra la persona e l’oggetto, bisogna piacersi e prendersi. In realtà è il tappeto a comprare te.

Ma parlavamo dell’elefante. Dorelli ha chiuso il negozio ora. Dopo anni di liquidazioni, dove ha svenduto pezzi di Persia, Turchia e Kurdistan trattenuti tra i fili, dopo aver raccontato le sue storie di viaggi in Medio Oriente ai clienti, ha abdicato.

Fuori dal negozio vuoto è rimasto lui, l’elefante di legno, sempre fiero, immobile, massiccio e maestoso. La proboscide arrotolata e quello sguardo enigmatico e serioso tipico degli elefanti di legno.

Perché hanno qualcosa dentro queste sculture di pachidermi. Io da piccolo ne avevo uno, una miniatura del gigante del signor Dorelli, anche lui di legno, regalo di parenti che avevano visitato luoghi esotici. Amavo quell’elefantino in palissandro, ne seguivo le curve, accarezzavo la gobba e la proboscide. Forse anche per questo sento un legame col fratello gigante sulla strada.

E sono sicuro che in un modo fantastico, una specie di Jumanji della mia fantasia, branchi di elefanti di legno di tutte le dimensioni e colori, corrono liberi nelle savane e nelle giungle, testimoni di racconti e libertà, sentinelle della bellezza esotica che si racchiude anche nei tappeti.

Spero che rimanga lì quell’elefante, e che il figlio del signor Dorelli gli dia una verniciata ogni tanto, per far sì che non si rovini. Spero di poterlo incrociare ogni volta che scendo o salgo da quella strada, perché finché lui rimane, un po’ di quella magia continua ad alitare davanti al negozio di tappeti, alle vite che ha racchiuso e alle storie che ha raccontato e di cui sono stato uno dei fortunati beneficiari.

Un proverbio marocchino recita: “li dove appoggi il tuo tappeto, quella è la tua casa”. Verissimo, perché nel tappeto sono imprigionate le vite di chi ci ha camminato sopra.

*Nome di fantasia, anche se negozio e personaggio sono esistenti

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