Pedofilia e Chiesa, la breccia nel muro

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Il fenomeno degli atti di pedofilia compiuti da ministri del culto cattolico, per brevità detto dei preti pedofili, è una piaga che ha segnato l’immagine, e in generale la vita stessa della Chiesa Cattolica negli ultimi 17 anni. Fu un’inchiesta del Boston Globe del 2002, condotta dal tema di giornalisti Spotlight a partire dalla notizia della condanna di un sacerdote, padre Geoghan, a scoperchiare il calderone e dare inizio alle segnalazioni di abusi da parte delle vittime. Una rottura nel muro del silenzio che ebbe, come prima conseguenza immediata, le dimissioni dell’arcivescovo di Boston, il cardinale Law, accusato di aver coperto i casi, omettendo di denunciare i sacerdoti responsabili che venivano trasferiti in altre parrocchie,e stipulando accordi stragiudiziali con le vittime. A partire da quella data, le denunce si sono moltiplicate, trasformando quello che era uno scandalo improvviso nella rivelazione di un fenomeno che se non radicato, era ed è comunque diffuso nel clero cattolico.

Una breccia nel muro del silenzio

Dopo anni di silenzi sotto i pontificati di Giovanni Paolo II e, parzialmente, di Benedetto XVI (il primo, a onor del vero, a istruire processi), Papa Francesco nei giorni scorsi ha aperto un’ulteriore breccia nel muro di omertà: dopo la legge del marzo scorso che stabiliva l’obbligo di denuncia penale e il licenziamento dei colpevoli, Bergoglio ha abolito il segreto pontificio sui casi di pedofilia. In sostanza, ciò implica che da ora le autorità giudiziarie civili di Paesi terzi, prima fra tutte l’Italia (non dimentichiamo, infatti, che la Città del Vaticano è uno Stato sovrano), potranno accedere ai documenti dei procedimenti già avviati in ambito di diritto canonico. 

La seconda decisione, non meno importante, è l’innalzamento da 14 a 18 anni dell’età delle vittime al fine di configurare il reato di pedopornografia, innalzato inoltre a reato grave, che riguarda “l’acquisizione o la detenzione o la divulgazione, a fine di libidine, di immagini pornografiche di minori di diciotto anni da parte di un chierico, in qualunque modo e con qualunque strumento”. Fatto non meno importante, dicevamo, nella misura in cui si succedono i casi di sacerdoti in possesso di immagini a sfondo sessuali di minorenni, nonchè le numerose voci circa l’esistenza di video hard con minori e membri del clero.

Meno silenzi, più trasparenza

La decisione di Papa Francesco, dunque, è un’ulteriore passo nel processo di ripulitura dell’immagine della Chiesa travolta dagli scandali, che hanno sicuramente contribuito all’allontanamento di un gran numero di fedeli e nella perdita di fiducia nell’istituzione Chiesa e nei suoi membri. Silenzi, insabbiamenti, coperture sono state finora una costante, e la prassi di trasferire i sacerdoti omettendo di denunciarli alle autorità penali, previo spesso accordo con le vittime, ha contribuito a innalzare il muro di omertà che ora Papa Francesco cerca di rompere. Un passo importante, dicevamo, ma resta ancora molto da fare, e in tal senso anche l’allungamento a 20 anni della prescrizione del reato, a partire dal compimento della maggiore età della vittima, quindi in sostanza fino a che essa compie 38 anni,  è un altro tassello, ma non sufficiente: perché le denunce arrivano spesso molto tardi, anche in età avanzata. C’è ancora la paura di denunciare, di non essere creduti, e, soprattutto, di rievocare traumi passati in un processo estenuante a frenare le vittime dal farsi avanti. 

La lotta al fenomeno passa per una sempre maggior collaborazione fra le gerarchie ecclesiastiche e le autorità giudiziarie, che consenta ad essa di perseguire con maggior efficacia in sede penale sia i colpevoli, sia chi li copre e protegge. Serve trasparenza da parte della Chiesa, che non può più permettersi di apparire come complice degli abusi compiuti dai suoi membri, a qualsiasi grado della gerarchia. 

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