Pell, dalle casse del Papa alla cella

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La vicenda del cardinale australiano George Pell, ex primo prefetto della Segreteria Economica vaticana (sostanzialmente una “tesoreria”), è uno dei casi più eclatanti degli ultimi anni circa la pedofilia nel clero. Pell è attualmente in carcere, condannato nel mese di marzo di quest’anno a 6 anni, confermati in appello, per gravi abusi su due 13enni, compiuti quando era parroco di Melbourne.

La condanna di Pell, che si è sempre proclamato innocente, ha fatto scalpore in quanto si tratta del prelato di più alto grado a incorrere nelle maglie della legge fino ad oggi: non un prete di paese, ma addirittura un cardinale, e peraltro membro di un’importante organo amministrativo vaticano.

Sul caso, sono molti i dubbi che rimangono, circa possibili coperture e silenzi da parte delle gerarchie ecclesiastiche: secondo quanto riporta l’Huffington Post, lo stesso Pell aveva rinunciato nel 2010 a un incarico di vertice (prefetto della Congregazione dei vescovi ) sostenendo, in una lettera inviata a Benedetto XVI, di farlo “per il bene della Chiesa”, a causa delle reiterate accuse nei suoi confronti. Salvo poi, come fa notare lo stesso HuffPost, cambiare idea nel 2014 accedendo alla Segreteria dell’Economia.

Pell, peraltro, era già stato sotto l’occhio della giustizia australiana, accusato dalla Commissione nazionale d’inchiesta australiana di aver insabbiato numerosi casi di pedofilia quando era arcivescovo di Melbourne dal 1996 al 2001, non collaborando con le autorità. Si parla anche di un cosiddetto “Melbourne Response”, ovvero un sistema di risarcimenti che disincentivasse le vittime a intentare cause giudiziarie

Il processo a George Pell in Australia è stato un evento mediaticamente rilevante: trasmesso in diretta TV, dopo 9 mesi di totale riserbo per non influenzare i giurati, ha visto il giudice Peter Kidd elencare nella sentenza i dettagli più atroci delle violenze compiute. “La sua condotta per crimini efferati è stata permeata di una sconcertante arroganza”, ha concluso il giudice, sottolineando che non si trattava di un processo alla Chiesa, ma solo e soltanto della considerazione dei reati compiuti da Pell e, dunque, della sua sanzionabilità come un qualsiasi cittadino.

A Pell resta ora l’ultima carta, l’appello all’Alta Corte di Giustizia, massima autorità giudiziaria australiana, sulla base della discordanza di uno dei giudici di appello. In caso contrario, considerata l’età avanzata, 78 anni, e l’impossibilità di uscire dal carcere sulla parola prima di 3 anni e 8 mesi, si tratterà probabilmente di una condanna a vita.

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