Chi semina vento, raccoglie Joker

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Non ve lo nascondo. La mia idea di Joker ha iniziato a prendere forma molto prima di andare al cinema. Vedere Joaquin Phoenix abbandonare un’intervista subito dopo la domanda di un giornalista riguardo alla possibilità che il film possa incoraggiare comportamenti violenti, così come scoprire decine di articoli scritti da chi lamentava come la pellicola potesse ispirare un ingiusto senso di odio contro i bianchi vecchi e ricchi appartenenti all’élite economica ha risvegliato in me un malsano interesse. Non mi vergogno a dirvelo. Dovevo vedere Joker, e sentivo che ne avrei subito voluto parlare ad altri.

Siamo nella Gotham City del 1981, città in preda alla disuguaglianza economica e sociale. Nulla di favolistico, ma la nuda e cruda realtà che ben conosciamo. Il protagonista Arthur Fleck non è che un membro di questa società profondamente malata che, per via della sua malattia mentale (che tra l’altro gli provoca attacchi di risa nervose) è particolarmente vulnerabile. La storia di Arthur Fleck (Fleck significa “macchiolina”, come a indicare fin da subito la sua insignificanza) è la storia dell’ordinaria serie di ingiustizie che la classe lavoratrice in generale soffre ogni giorno. Quando la psicologa statale che lo ha in cura è costretta a comunicargli che le sono stati tagliati i fondi, la sentiamo dire “a loro non frega un cazzo di quelli come te, come noi”.

Impiegato come pagliaccio per una squallida agenzia, ci viene subito mostrata quanto sia difficile la vita di Arthur. Lui desidera soltanto che il suo sogno impossibile di divenire un comico si avveri. Cosa resa ancor più ardua dal fatto che la sua malattia mentale gli impedisce di comprendere la comicità delle persone “normali”. Dopo che una banda di teppistelli lo pesta e sfascia il cartello che agitava per fini pubblicitari, Arthur è costretto a confrontarsi con il suo capo, che prima gli dà del bugiardo condendo il tutto con un “Chi mai ruberebbe un cartello?!” e accusarlo poi di averlo rubato lui stesso. Danno che verrà trattenuto dal suo stipendio.

In un continuo susseguirsi di ingiustizie sempre peggiori che gli negano un tanto agognato momento di felicità, Arthur si ritrova a uccidere tre bulli, intenti a molestare prima una donna e poi lui. Diventa quindi suo malgrado la perfetta iconografia di un crescente movimento di protesta, che porta con sé cartelli inneggianti l’uccisione dei ricchi e la lotta contro le élite. In una spirale di violenza, una risposta più che plausibile alle ingiustizie sempre più gravi che gli tocca subire, inizia e viene portata a termine la trasformazione di Arthur nel Joker, inizialmente un nomignolo spregiativo datogli dal ricco padre che rifiuta di riconoscerlo lasciandolo nella miseria con la madre.

La trasformazione in Joker avrà effetti molto potenti sulla psiche di Arthur, che esprimerà questi momenti di malata gioia con dei passi di danza spasmodica e scoordinata, in scene dalla potenza indescrivibile. Come Joker sarà in grado di ridere per davvero, di trovare un rifugio dove abbracciare il suo stato mentale ed essere libero di vedere del divertente in ciò che tutti gli altri percepiscono come orribile. Nell’ultimo terribile atto del film, quando ad Arthur viene negata la possibilità di avere il suo momento di gloria comica, la protesta che ha innescato si trasforma in una vera e propria sommossa, che Joker abbraccia mostrandoci il suo primo vero sorriso dall’inizio del film.

Il film è trasportato in alto dall’incredibile performance del protagonista Joaquin Phoenix, che sia a livello emozionale che nell’apparenza fisica riesce davvero a evocare l’immagine di un uomo che si carica a molla di quella rabbia che è la sua unica risposta vincente a chi lo ha abbattuto, vessato e distrutto nonostante i buoni principi che probabilmente aveva un tempo. La regia indugia volutamente con inquadrature troppo lunghe, volutamente disallineate con la scena, allo scopo di trasmettere nello spettatore la stessa sensazione di disagio che Arthur prova costantemente dentro di sé. Ecco perché la bellezza di questo film sta nell’aver colto tutto la disperazione e la follia che si cela nel vicino della porta accanto. Così una brava persona e così innocua, ma solo finché non scopri la sua serie di scheletri nascosti nell’armadio.

Joker non è solo un film profondamente triste che ritrae la discesa di un povero cristo nella follia omicida e anticonformista del personaggio che tutti conosciamo, è un giudizio sulle colpe che tutti noi abbiamo. Joker è un monito. Una sorta metafora di tutto ciò che da un lato non vorremmo mai vedere e dall’altro sappiamo perfettamente di meritarci visto i peccati che abbiamo commesso.

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