Da stuprata a imputata

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La violenza sessuale è forse l’unico caso in cui la vittima deve dimostrare, non solo di aver subito un danno, ma anche di essere credibile. E da vittima a imputato il passo è davvero breve.

Processo alla vittima

Spesso la violenza si consuma senza testimoni. Perciò al processo non potranno che scontrarsi due versioni. Quella della donna che racconta la violenza subita e quella dell’imputato impegnato a dimostrare che il rapporto era consensuale. Questa valutazione della credibilità della vittima spesso si trasforma in un processo a suo carico, indagando e giudicando i suoi comportamenti, l’abbigliamento, le frequentazioni e le abitudini sessuali. Oltre all’umiliazione e alla vergogna, passando da vittima a imputata, la donna che subisce violenza, deve pure caricarsi del peso di una serie di luoghi comuni retaggio di una mentalità sessista. Uno tra i più duri a morire è quello che la violenza sia provocata dalla donna che compie delle scelte fuori luogo. Perché alle donne “perbene” che fanno cose “normali” e si comportano “come si deve”, queste brutte cose non accadono.

Donne perbene e donne di malaffare

Maia Szalavitz, una giornalista e autrice americana specializzata nelle politiche pubbliche e nel trattamento delle dipendenze spiega che la colpevolizzazione della vittima si basa sia su di un meccanismo psicologico, sia su di un retaggio culturale. Ossia sul fatto che per istinto siamo portati a pensare che le cose brutte accadono solo alle persone “cattive”. E invece non è così. C’è poi la versione del professor Melvin J.Lerner, ricercatore nel campo della psicologia sociale all’università di Waterloo. Considerato come un pioniere nello studio psicologico della giustizia, è sua “l’ipotesi del mondo giusto”. Un’ipotesi che si basa sul senso di merito e di giustizia che spinge la maggior parte di noi a fare del bene, con l’idea che in questo mondo ideale le persone buone vengono ricompensate e quelle cattive punite. Stando a questa ipotesi, quando sentiamo di un abuso sessuale siamo portati a credere che ci sia un motivo per cui sia accaduta una cosa tanto terribile. In tutto ciò ritroviamo lo strascico di un retaggio religioso, perché la religione è spesso la prima a promuovere il senso di colpa.

Tina Lagostena Bassi…

In questo assurdo rincorrersi di situazioni in cui la donna che subisce violenza deve sopportare il giudizio altrui e difendersi, è famosa l’arringa dell’avvocato Tina Lagostena Bassi. Durante un processo per stupro, nel 1979, difese una giovane vittima non solo dagli artefici della violenza, ma anche dai loro legali. Le requisitorie tendevano infatti a dimostrare presunti atteggiamenti sconvenienti o una “colpevole” passività della ragazza, che avrebbero attenuato, se non addirittura giustificato la gravità del gesto. Tina Lagostena Bassi, è stata un politico e un’avvocata che, con le sue arringhe asciutte e appassionate, ha sempre tutelato i diritti delle donne denunciando proprio questa condizione di discriminazione. “Una donna ha il diritto di essere quello che vuole, senza bisogno di difensori”.

… e la sua famosa arringa

In una sua storica arringa Tina Lagostena Bassi disse: “Nessuno di noi si sognerebbe di impostare una difesa per rapina come s’imposta un processo per violenza carnale. Nessun avvocato, nel caso di quattro rapinatori che entrano con violenza in una gioielleria e portano via gioielli, si sognerebbe di cominciare la difesa dicendo ai rapinatori: ‘Vabbè dite che però il gioielliere ha un passato poco chiaro, che in fondo ha ricettato, che è stato un usuraio, che specula, che guadagna, che evade le tasse!’. No, non lo diciamo. Ed allora io mi chiedo, perché se invece che quattro oggetti d’oro, l’oggetto del reato è una donna, perchè ci si permette di fare un processo alla ragazza?”. Purtroppo il processo alla donne continua, basta aprire i giornali. Dappertutto. E ancora.

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