Due madri e un vetro che divide

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Una donna allo zoo di Vienna di fronte alla gabbia degli oranghi, una storia che commuove, che dà da pensare e che ci riporta a un quesito fondamentale, chi siamo? E che diritti abbiamo?

Gemma Copeland è una mamma. Bionda e britannica, con un bambino, Jasper, più biondo e britannico di lei. Gemma è una che ci tiene all’allattamento, non ha ceduto, come molte altre mamme, alle lusinghe perfide del latte in polvere e degli omogeneizzati.

Poi al nord non sono come noi, e non si fanno tante menate a tirare fuori una tetta per nutrire il pargolo.

È in visita allo zoo, forse vuole fare vedere gli animali al suo bambino.


Gemma si siede accanto al vetro che la separa dalla sezione dedicata agli oranghi, fa caldo nel padiglione. Vienna fuori è fredda, austera e meravigliosa, ma lì è caldo, perché quelle grandi scimmie dal pelo rugginoso vengono dalle giungle del Borneo e della Malesia, dove c’è un clima tropicale.


Al vetro si avvicina una femmina di orango, il manto fulvo, le lunghe braccia a penzoloni. Si accoccola davanti a Gemma, con pochi centimetri di vetro che le separano. Anche perché con la sua forza, un orango può spezzare la spina dorsale di un uomo con una manata, meglio essere sicuri. L’orango si chiama Sol, e fissa Gemma, poi fissa il piccolo Jasper, poi di nuovo Gemma. La mamma appoggia una mano sul vetro, è un segno di comunicazione ancestrale, che trasmette pace e serenità a tutta la scena.


Sol guarda da vicino il bambino. Gemma capisce il suo interesse, toglie il bambino dalla fascia che lo stringeva a sé e lo mostra a Sol, avvicinandolo al vetro. Poi estrae un seno e comincia ad allattare. Sol si avvicina al vetro e fissa di nuovo Gemma.


Io sono contrario a dare emozioni umane agli animali. Non per vanità o perché credo che vi sia una supremazia umana. Semplicemente perché ho l’umiltà di cercare di capire che non tutti gli esseri viventi possono essere accomunati all’uomo, anche se lo si fa a fin di bene e perché gli animali li si tiene in gran conto. L’atteggiamento dei colonizzatori bianchi nei confronti degli aborigeni australiani o dei nativi americani era paternalistico, nel tentare di civilizzarli, convinti di regalare così il benessere. Fu uno dei più grandi disastri e genocidi culturali e spirituali. Perché semplicemente la vita dei nativi era diversa.

Stessa cosa per gli animali. Accomunarli a noi, dare a loro i nostri sentimenti è sbagliato perché così pecchiamo di arroganza, senza renderci conto che le differenze non sono per forza negative.


Però con gli oranghi una similitudine si può fare senza scadere nell’antropomorfizzazione, anche perché siamo cugini e in molti atteggiamenti ci riconosciamo. Un primate ama i suoi figli, certo, come un procione. Ma li coccola, ci gioca, li protegge e, soprattutto, li veglia a volte per giorni dopo la morte. Sono comportamenti monitorati anche nella vita selvatica. La non accettazione della morte è profondamente condivisibile con i nostri atteggiamenti. E sono numerose le specie (come anche gli elefanti) che si occupano dei propri simili, li aiutano se feriti o ne accompagnano la dipartita.


La storia di Sol è un po’ triste. Sol aveva avuto un figlio poco tempo prima, un piccolo orango nato morto. Il corpicino fulvo dai grandi occhi marroni, sarà finito velocemente in un inceneritore adibito alla cremazione di carcasse animali. Perché gli animali sono carcasse, mica corpi. Sono diversi, loro.


Mezz’ora è durata la sosta di Gemma davanti a quel vetro, con quello stupido orango che la guardava fissa mentre allattava il suo bambino. Mezz’ora che l’ha sconvolta quando ha scoperto la storia di Sol: “…è stato incredibile sembrava volesse proteggermi. Saremo anche di due specie diverse, ma l’allattamento al seno ci ha unite oggi in un momento unico che rimarrà con me per sempre”.

Due madri, una di fronte all’altra, e un dolore sottile che ha attraversato il silicio del vetro.


E mi domando davvero, che dramma e che genocidio è uccidere ed ingabbiare questi nostri cugini, che ridono (a modo loro) soffrono, vivono accanto a noi. Che spregio è chiuderli negli zoo, come chiudevamo i piccoli Cheyenne nelle scuole obbligandoli a mettere delle scarpe.

L’associazione internazionale Grande Scimmia si propone di ottenere dall’ONU una dichiarazione, che estenda ai grandi primati i diritti umani. C’è chi storcerà il naso, chi dirà che è stupido, eppure sarebbe un passo importante, non solo per le scimmie, ma anche per noi. Nel capire che siamo cugini diversi e uguali e che abbiamo tutti diritto ad essere trattati come umani.


Sono convinto che prima o poi succederà, e allora sarà un grande passo per la concezione che abbiamo della bestia. Due secoli fa ritenevamo bestie gli indigeni di Paesi esotici e lontani, oggi sappiamo che siamo un’unica razza, con diritti e doveri. L’evoluzione, ancora una volta, passa dalla scimmia. Lo dobbiamo agli occhi di Sol, ai gorilla dei Virunga, agli scimpanzé della Nigeria e ai bonobo del Camerun. Dobbiamo loro la libertà e la considerazione che meritano, perché chi veglia un figlio morto, può anche capire quanto possono essere gretti i suoi cugini e io sinceramente mi vergogno a volte di far parte della mia specie. E mi commuovo alla storia di Sol. È il minimo che gli dobbiamo.

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