Houdan contro il muro

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L’altro giorno l’ho vista in piazza. Appoggiata al portone del palazzo delle Orsoline, austero luogo di politica e istituzioni, la via era quasi deserta. A dire il vero non l’ho vista, intabarrata e coperta dai cartelli e con un cappuccio non si distingueva nemmeno chi fosse. Non si distingueva nemmeno il colore.

Ho avuto la tentazione di andare lì a parlare, ma ero di fretta, come siamo sempre, e ho lasciato stare. È pieno di gente che protesta per ogni cosa al giorno d’oggi. Magari se avessi avuto gli occhiali avrei letto i cartelli scritti in piccolo. Magari le avrei parlato. So ascoltare, mi dicono.

O forse no perché abbiamo quella maledetta pruditè tutta elvetica di farci i fatti nostri.


Non l’ho fatto e mi pesa. Houdan era lì a protestare con un sacco di plastica in testa e una coperta perché non sapeva più cosa fare. Perché se sei somala e con un permesso F (quello per le ammissioni provvisorie) praticamente hai meno diritti del gatto di casa.

Ho visto in televisione il suo viso triste, gonfio di lacrime, esausto. Quattro figli in Kenya che non può far arrivare qui. Lo ha deciso la SEM.

Jacopo Scarinci, su La Regione, con grande sensibilità tratteggia il dialogo con Houdan, prima sussurrato, figlio della paura,con un italiano stentato.

La sua storia è quella di tanti. Lavoro, fuga, deserto e Libia, la traversata, senza i figli perché aveva paura. Sanno che possono morire, signori, lo sanno. E se possono cercano di evitarlo ai piccoli. È quello che farebbe ogni madre, è quello che ha fatto Houdan, con quella speranza stupida che hanno tutti i migranti della storia, di riuscire a far venire col tempo i propri cari per ricongiungersi.


Non c’è famiglia per Houdan, come non c’è stata per tanti migranti. Ma io che amo i miei figli, come tutti voi e provo a immaginarmi, mentre protesto davanti a un palazzo di Mogadiscio in mezzo a gente straniera perché qualcuno mi aiuti a rivederli, beh, mi si gonfia il petto, e non è aria, sono lacrime.

Capisco Houdan e mi vergogno di non essermi fermato davanti a quel fagotto appoggiato al muro.

Houdan ha ricevuto una lettera dalla figlia quindicenne, le scriveva dall’ospedale di Nairobi, dove è stata ricoverata per un aggressione e uno stupro. E qui qualcosa di brutto ci morde dentro perché i tuoi figli li stanno uccidendo, e la SEM tanto dispiaciuta non li fa entrare, non permette a una madre di riaverli, i suoi figli.


Leggiamo dal bell’articolo di Scarinci:

“…Il secondo documento è datato 14 maggio 2019, e le è stato inviato dal ‘Refugee community groups’ del Kenya. Le dicono che i suoi quattro figli sono lì, presso la comunità somala che si trova a Nairobi. E la situazione è critica: “I suoi figli sono a rischio perché non vi è nessun supervisore che li segua durante le loro attività quotidiane (…) inoltre si tratta di migranti senza permesso e privi di basi legali per risiedere in Kenya. Dunque lo scopo di questa lettera è portare il loro dramma all’attenzione delle autorità competenti” in modo che, riassumendo, sia possibile il ricongiungimento con la madre. I rischi quotidiani di questi giovani, per l’associazione, includerebbero “sfruttamento, estorsione e arresti arbitrari”. I ragazzi, si specifica, vivono “in condizioni vergognose, in una baraccopoli nella quale lo squallore è la norma”. Infine il gruppo lancia “un appello umanitario alle autorità svizzere chiedendo di facilitare e sveltire il processo di ricongiungimento famigliare”.


Quando ci ribelleremo? Quando faremo sentire davvero il nostro sdegno? Abbiamo visto espellere giovani ragazzi integrati, bambini ecuadoriani in età scolare, ora assistiamo a questo devastante scempio per una madre. È intollerabile. È intollerabile non vedere il dolore e l’impotenza, è intollerabile vedere leggi ipocrite che non riconoscono le tragedie. Vorremmo fare di più sempre. Gridate ora come facciamo noi di GAS per dare aiuto a questa donna. Potremmo fare una petizione, ma le petizioni non servono a niente, lo abbiamo visto in passato. La SEM ti accoglie, si piglia la petizione, ti ringrazia e la mette in un cassetto.


Perciò non adeguiamoci, non abituiamoci. Non c’è nulla di peggio che vedere un fagotto davanti al palazzo e passare oltre per la fretta. Non lo farò mai più.

Scusa Houdan.

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