Isaac Singer, divertimento e inquietudine

Di

Un inedito di Isaac Singer che va letto. Perché sa provocare divertimento e inquietudine.

Ma come si può, raccontando degli anni del dominio tedesco, proporre una commedia che induce al sorriso sconsolato? Come è possibile istigare persino delle risate narrando del periodo delle deportazioni, delle stragi antisemite? Risposta semplice: o si è dei geni come Roberto Benigni & Vincenzo Cerami (con l’infinita «La vita è bella», 1997), oppure si è … ebrei. Meglio ancora se in possesso di una penna sublime. Ad esempio quella di Isaac Bashevis Singer, premiato dal Nobel nel 1978. Nel suo «Il ciarlatano», scritto nel 1968 ma appena tradotto in italiano da Elena Loewenthal per la Adelphi (e grazie ad Elisabetta Zevi!) si respira una leggerezza che alla fin fine si rivela come viatico essenziale all’indicibile stortura della storia. E non solo.

Cominciamo dalla trama. La storia è di un ebreo polacco sbarcato negli States. Come tutti i profughi deve fare i conti con una realtà completamente nuova, in perfetta contrapposizione al mondo appena lasciato. Da una parte Varsavia, il grigio, anzi il buio della «caccia agli ebrei», con le deportazioni nei campi di concentramento che si sanno sì e si sanno no. Dall’altra il sogno americano: luci e colori, spazi infiniti, possibilità di successo a portata di mano. Si vogliono fare affari? È la cosa più semplice di questo mondo. Ci si vuole lasciare trasportare dal sogno della sfida intellettuale, magari tentando la via letteraria ? Anche questo è possibile. Sempre con l’animo ebraico, sempre con l’imponente ombra fatta del «sentito dire», di inquietanti timori su quanto sta per avvenire nel proprio Paese, in Polonia.

Questi sono i due mondi rappresentati da Singer ne «Il ciarlatano», con due co-protagonisti amici ma in antitesi: quello che non ha problemi di soldi e che non disdegna la filantropia e l’intellettuale che vive di espedienti diversi. Quest’ultimo è un erudito, ha letto e cita volentieri il Talmud, recita liriche in latino e greco, sa incantare. Addirittura millanta la scrittura del «Capolavoro» degli anni che verranno, il libro che lo tiene impegnato da tanti anni. Peccato che ancora non è giunto alla fine del primo capitolo. È un «ciarlatano» impenitente, ecco. Un artista che per vivere necessita dell’aiuto di amici e conoscenti, primo fra tutti l’affarista su descritto.

A complicare tutto ci sono poi le donne. Qui le convenzioni non vengono troppo rispettate e nelle avventure amorose lo stato civile conta zero: che siano sposate o fidanzate ufficialmente poco cambia, persino i rapporti di amicizia fraterna (e di dipendenza economica!) valgono poco, le donne per il nostro artista sono

«il suo oppio, le sue carte, il suo whisky».

A questo punto il lettore penserà che tutto il romanzo volga alla commedia, con momenti di comicità assoluta e situazioni tragicomiche. È così. Però, l’abbiamo già detto, qui a scrivere è Isaac Singer, e allora le cose cambiano. Quello che all’inizio viene percepito come sottofondo a poco a poco emerge con una potenza che solo il dettaglio riesce a rivelare. Lo spaesamento di chi si trova a vivere in una società che non è la sua quando il proprio popolo sta subendo nella lontana Europa è lacerante, ed ha ripercussioni deflagranti sulla propria personalità.

Siamo al punto centrale de «Il ciarlatano»: lo svilimento esistenziale degli esuli che vanno perdendo lingua, ricordi, religioni e modalità di esistere. Non contano i successi, vuoi economici vuoi sentimentali, solidi i primi, effimeri i secondi. Per sopravvivere la cultura ebraica suggerisce la pratica del dubbio, ponendo il conflitto tra religione e scienza quali facce della stessa medaglia chiamata «verità». Ma il dissidio interiore va a cozzare contro l’atroce martirio che avviene in Polonia, e quando le stelle gialle da smunte diventano fosforescenti il dramma è totale. E l’appiattimento a stelle e strisce (gli americani non sono ancor entrati in guerra), produce uno sfinimento interiore, con un finale davvero insopportabile. «Siamo tutti nazisti, nazisti circoncisi»: questa la terribile ammissione. E le pagine leggere diventano, quando ripensate alla fine del romanzo, pesantissime. L’ebreo moderno si è autodistrutto da sé, è l’amara conclusione di Isaac Singer.

«Il ciarlatano», 1968, di Isaac Bashevis Singer, tr. Elena Loewenthal, ed. Adelphi, 2019, pag. 268, Euro. 20,00.

GAS è gratuito, perchè riteniamo fondamentale che il maggior numero di lettori possibile possa avere un’informazione alternativa rispetto alla stampa ufficiale.

Il nostro lavoro, tuttavia, comporta degli investimenti. Abbiamo scelto di non ricorrere alla pubblicità per non “sporcare” il sito con annunci pubblicitari, e mantenere la nostra indipendenza rispetto al mondo imprenditoriale ed economico. Ci sosteniamo solo tramite le adesioni dei nostri soci e le donazioni dei nostri lettori.

Se anche tu vuoi aiutarci ad andare avanti nel nostro lavoro di informazione indipendente e alternativa, puoi contribuire diventando socio di GAS oppure con una donazione libera. Grazie per il tuo supporto.

SOSTIENI GAS NO,GRAZIE!