Ma tu com’eri (s)vestita?

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Il vestito non fa il monaco e neppure la puttana. O almeno non dovrebbe. Eppure non è esattamente così, infatti più di un quarto delle persone intervistate nella vicina Italia dall’Istat (Istituto nazionale di statistica), crede che i vestiti abbiano un ruolo fondamentale in una violenza.

Immagine sociale

Lo scorso novembre, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, oltre ai consueti dati sulle vittime di femminicidio, l’istituto di statistica italiano ha presentato i risultati di un indagine piuttosto sconcertante ma significativa di come ancora oggi venga stigmatizzata la femminilità. “Gli stereotipi sui ruoli di genere e l’immagine sociale della violenza sessuale”, il titolo dato allo studio. I dati rivelano che una persona su quattro ritiene che il modo di vestire, soprattutto se succinto possa essere all’origine di una violenza sessuale.

Giudizi e pregiudizi

Quasi il 40% dei partecipanti al sondaggio pensa invece che, se una donna lo vuole, è in grado di sottrarsi a un rapporto non consensuale e il 15% crede che chi subisce uno stupro quando da ubriaca o drogata, sia in parte responsabile. Com’era prevedibile i dati hanno suscitato grande indignazione, ma in realtà non dovrebbero stupirci più di tanto. Rispecchiano infatti ciò che accade sempre più spesso nei casi di stupro. La vittima, invece di poter contare in un processo equo, deve difendersi dai pregiudizi e dalle accuse della controparte e di quel 25% della popolazione che ancora pensa “se l’è andata a cercare”.

Cultura diversa…

Recentemente si è concluso a Londra il processo a Lorenzo Costanzo e Ferdinando Orlando, due studenti italiani condannati per aver stuprato una ragazza in discoteca. Con una condanna a sette anni di carcere. Una notizia che ha fatto il giro del mondo poichè le telecamere di sorveglianza hanno ripresero i due uomini mentre si davano il cinque dopo aver consumato la violenza. Pare che i due abbiano perfino detto in aula di meritarsi una pena più breve poiché vengono “da una cultura diversa”. Proprio la cultura di cui l’Istat ha fornito una descrizione dettagliata. Eppure, attenzione, a non generalizzare puntando il dito solo su quei Paesi che generalmente si considerano come i più toccati dal fenomeno. Perché nella triste graduatoria dei femminicidi e della violenza sulle donne le statistiche ci dicono anche che il podio, in Europa, se lo aggiudica la Germania, seguita a poca distanza dalla Svizzera.

… e ottusità di massa

Ma rimaniamo ai fatti. C’è il caso Fiorella, una ragazza di 18 anni stuprata e costretta a dimostrare di non essere stata lei ad aver provocato la violenza. O l’annullamento della sentenza per gli aggressori della “scaltra peruviana” che secondo i giudici avrebbe organizzato la serata goliardica in cui subì la violenza. Oppure ancora la quattordicenne violentata dal patrigno definita sessualmente più esperta di quanto ci si può aspettare da una ragazza della sua età, fino ad arrivare al famoso processo dei jeans troppo stretti che non si potrebbero sfilare senza il consenso della persona. Esempi che ci dimostrano come la questione sia controversa e i processi per violenza possano rivelarsi un campo minato.

Remissività e passività, retaggio di una società patriarcale

I dati Istat si spiegano soltanto chiamando in causa la cultura patriarcale in cui siamo tuttora immersi nell’intero Occidente. Una cultura per la quale le donne dovrebbero comportarsi “in un certo modo”. Meglio ancora se passive e remissive. Esemplare il caso di Artemisia Gentileschi, il cui padre, Orazio Gentileschi, nel 1612 intenta un processo ai danni di Agostino Tassi, che stuprò la figlia. Artemisia fu però sottoposta alla “tortura della Sibilla”, ossia allo schiacciamento delle mani, tortura utilizzata per dimostrare la credibilità delle vittime. Accadeva più di quattrocento anni fa. Eppure oggi non siamo molto distanti da tutto ciò.

Sguardo parziale e prospettiva maschile

Il nostro sguardo, maschile o femminile che sia, è inevitabilmente parziale e spesso incrostato dai pregiudizi. Ecco perché è necessario un cambio di prospettiva forte e radicale. Dobbiamo prendere atto che non basta dissociarsi o relegare la responsabilità della violenza sessuale e della cultura dello stupro “a qualcun altro”. È responsabilità di tutti noi. Dei nostri giudizi. Dei nostri pregiudizi. È nostra la responsabilità quando sottovalutiamo, quando minimizziamo e quando giustifichiamo le colpe, nell’agire della vittima. E le conclusioni di questa statistica ce ne ha dato indubbiamente una misura tangibile.

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