‘Ndrangheta Ticino: lavoriamo insieme

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Lo ha detto la procuratrice Alessandra Dolci, responsabile della Direzione distrettuale antimafia di Milano, in un’interessante intervista mandata in onda lunedì sera dalla RSILa 2. Ha auspicato che siano presto costituite delle squadre investigative comuni, l’unico modo per fronteggiare questa criminalità organizzata di frontiera.

Sotto il ritratto di Falcone e Borsellino

Piglio deciso, e viso sorridente, la dottoressa Dolci mi ha subito fatto venire in mente l’ex procuratrice, la “nostra” celebre Carla Del Ponte: stesso fare energico, stesse risposte chiare e dirette e stessa borsa Louis Vuitton che si intravede, appoggiata vicino alla scrivania. Nel suo ufficio, la foto in bianco e nero dei più celebri procuratori antimafia che l’Italia abbia mai avuto, quella che ritrae Giovanni Falcone e l’amico Paolo Borsellino chinati sorridenti uno verso l’altro in un atteggiamento di indimenticabile complicità.

Il problema della ‘Ndrangheta calabrese che ha dapprima colonizzato il nord Italia per poi varcare la frontiera con il Ticino non è nuovo, “ma è ampliato” dice Alessandra Dolci, “ed è interessante quest’andirivieni della mafia sulla nostra frontiera. Per i nostri indagati calabresi, la Svizzera è considerata come una sorta di porto franco perché sanno di potere sfuggire alle nostre investigazioni, alle nostre intercettazioni telefoniche anche se si spostano a soli 500 metri dal confine.”

Ottimi rapporti con la Svizzera, ma dobbiamo intensificarli!

La responsabile della Direzione distrettuale antimafia di Milano riconosce però che “i rapporti con la magistratura elvetica sono ormai ottimi, sia con l’autorità giudiziaria sia con la polizia perché anche loro sono ormai consapevoli del problema e hanno iniziato a coglierne i segnali mentre prima, forse, lo sottovalutavano.”

Per quanto riguarda i canali di riciclaggio delle ingenti somme di denaro provenienti soprattutto dal traffico di droga, “ma anche di quello delle armi e da alcuni anni dello smaltimento dei rifiuti”, la procuratrice Dolci ammette: “Vorrei scoprirli anch’io di modo da potere inoltrare rogatorie più precise nei confronti dei colleghi elvetici! Abbiamo operato grossi sequestri di denaro contante, ma a volte pare di essere ancora all’epoca degli spalloni in quanto il denaro è spesso nascosto nei vani delle auto che vanno all’estero oppure in Calabria stessa e quindi non abbiamo ancora individuato canali evoluti di riciclaggio ed è per questo che dobbiamo intensificare i rapporti con l’autorità giudiziaria elvetica!”

La ‘Ndrangheta utilizza certamente cassette di sicurezza, prova ne sono le recenti scoperte fatte in Ticino, nei Grigioni e nel nord Italia: “Abbiamo avuto qualche gradita sorpresa” racconta Alessandra Dolci nella sua intervista a Maurizio Corti, “e trovato migliaia e migliaia di euro, ma sono soldi che sfuggono ai tracciamenti mentre mi colpisce il fatto che ci siano ancora grossi flussi di denaro in nero, quelli per esempio delle fatture fittizie. L’Italia è un paese di evasori fiscali e una parte dell’evasione si realizza attraverso fatture fittizie quindi ci sono soldi in contanti che vengono prelevati e in parte vengono mandati, per esempio in Calabria, per sostenere le famiglie dei detenuti!! A volte invece i soldi vengono investiti in complesse architetture societarie perché la ‘ndrangheta si avvale di professionisti di elevato livello e quindi troviamo società controllate da altre sedenti a Londra o in Svizzera e diventa difficile identificare chi controlla effettivamente il patrimonio di queste società. “

Ci vogliono squadre investigative comuni

Come lo si è anche scoperto in Svizzera, in particolar modo nei cantoni di Vallese e Turgovia, la ‘Ndrangheta calabrese è solita ripulire i proventi delle sue attività illecite nel settore alberghiero per esempio. “È il caso anche a Milano” spiega la dottoressa Dolci, “dove ci sono esercizi pubblici di tutti i generi ogni cinque metri, come campano tutti, ce lo chiediamo?”

Alessandra Dolci formula un auspicio: “Spero che a breve siano costituite squadre investigative comuni perché sono l’unico modo per fronteggiare questa criminalità organizzata di frontiera! Perché solo con la collaborazione con l’autorità elvetica noi possiamo riuscire a disvelare la presenza, nei territori di confine, come quelli del Comasco e del Varesotto, di organizzazioni criminali che hanno un’operatività e anche un controllo del territorio a cavallo della frontiera!”

Recentemente la responsabile antimafia di Milano si è rivolta ai sindaci dei comuni italiani della fascia di confine: “Devono diventare il capitale antimafia” dice, “perché il problema della colonizzazione del nord Italia da parte della criminalità mafiosa, della ‘Ndrangheta, è un problema di carattere etico, la soglia etica si è spaventosamente abbassata. Infatti, nove volte su dieci sono i nostri stessi imprenditori che vanno a chiedere i servizi della ‘Ndrangheta! Quindi c’è una domanda di mafia nei territori del nord e questo è veramente inaccettabile! La mafia offre servizi appetibili a prezzi fuori mercato come ad esempio quelli della logistica e lo può fare perché non paga imposte, impiega lavoratori a nero, non versa contributi previdenziali, quindi vi è un sistema di illegalità sottostante di cui gli imprenditori del nord si avvantaggiano!”

E Alessandra Dolci conclude: La ‘Ndrangheta è presente soprattutto in provincia, il processo di colonizzazione è avvenuto nella provincia e determinati contesti hanno il controllo del territorio e noi dobbiamo riappropriarci del nostro territorio! Dobbiamo controllarlo noi il nostro territorio, lo dico per noi, ma lo dico anche per voi!”