Passaporti, non siamo tutti uguali

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“Perché i migranti non vengono in aereo con un regolare biglietto?” è la domanda che i critici (per usare un eufemismo) riguardo al fenomeno migratorio pongono spesso provocatoriamente, ancora più spesso senza una reale cognizione di causa. La classifica annuale del “potere” dei passaporti, ovvero del numero di Stati nei quali si può viaggiare senza dover richiedere e ottenere anticipatamente un visto, offre una risposta, purtroppo scontata, a questo interrogativo: non tutte le persone del mondo possono viaggiare liberamente, perché non tutti i passaporti hanno lo stesso potere.

L’indice (non l’unico esistente al mondo) stilato annualmente dalla società inglese Henley & Partners, che si occupa di pratiche relative alla cittadinanza prende in considerazione i passaporti di 199 Paesi, inclusi 6 territori autonomi, utilizzando i dati forniti dall’Agenzia internazionale per il trasporto aereo (IATA), e contando il numero dei Paesi per i quali chi possiede un determinato passaporto non deve richiedere anticipatamente un visto di viaggio,  per periodi medio-brevi (dai 15 ai 90 giorni). 

La classifica, come è intuibile, non fa altro che riflettere sostanzialmente la potenza economica dei vari Paesi: al primo posto nel 2020 è stabile il Giappone, i cui cittadini possono recarsi liberamente in ben 191 Paesi al mondo, seguito da altri due Stati dell’Estremo Oriente, Singapore (190) e Corea del Sud (189), quest’ultima a pari merito col primo Paese occidentale, la Germania. Segue l’Italia insieme alla Finlandia con 188 Paesi, mentre la Svizzera occupa la settima posizione con 184 Paesi liberamente visitabili, insieme a Portogallo, Paesi Bassi, Irlanda, Austria. “Solo” all’ottavo posto gli USA e il Regno Unito, in vetta fino a 5 anni fa e penalizzati da una parte dalle politiche aggressive di Trump, in primo luogo il Muslim Ban verso i Paesi islamici, dall’altra dalle vicende legate alla Brexit.

Porte chiuse per i poveri del mondo

Per chi vive in Paesi che vivono situazioni umanitarie e politiche gravi, invece, lasciare il proprio Paese e andare altrove liberamente, come un giapponese o uno svizzero, non è altrettanto facile: all’ultimo posto della classifica troviamo infatti l’Afghanistan, l’Iraq e la Siria, i cui cittadini possono viaggiare liberamente solo in, rispettivamente, in 26, 28 e 29 Stati esteri, anche solo per pochi giorni. Se si considera, inoltre, un altro indice fornito dalla canadese Arton Capital, che considera anche i Paesi nei quali si può accedere compilando un modulo all’ingresso nel Paese, per gli afghani le porte sono aperte solo in 5 Paesi: la Dominica, Haiti, la Micronesia, Saint Vincent e Grenadine e la Costa d’Avorio, 4 Stati antillani e uno africano, non esattamente mete ideali per chi fugge dalla guerra e dalla fame. Al contrario, secondo l’indice Arton Capital, le porte sono aperte per chi proviene dai ricchi Emirati Arabi Uniti in ben 179 Paesi, 171 per la Svizzera, l’86%. Lo strumento di comparazione del potere dei passaporti è disponibile a questo link.

Non siamo tutti liberi di viaggiare

La risposta alla domanda iniziale, quindi, è amaramente chiara: chi fugge da guerra e miseria non lo fa legalmente, come noi occidentali siamo abituati a fare, pensando che anche per gli altri valga lo stesso, perché, semplicemente, non può. Perché anche il solo accesso è vietato senza aver chiesto e ottenuto in anticipo un visto, che molto spesso viene negato con la motivazione dell’incertezza sulla successiva ripartenza, o che costa, o per il quale vengono richieste garanzie economiche che chi vive in miseria, ovviamente, non è in grado di fornire anche per le difficoltà di accesso ai documenti nel Paese di origine.

La classifica dei passaporti è chiarissima: se vieni da Kabul, Aleppo, Baghdad, Mogadiscio, l’unica soluzione, a meno di non ottenere un visto umanitario, è il viaggio disperato a bordo di un barcone o nel cassone di un camion, sperando di arrivare a destinazione vivo e che la tua domanda di richiesta asilo venga accolta. E questo rende ancora più ipocrita chi dice che le porte sono aperte per chi arriva in modo regolare: perché in modo regolare arriva in genere solo chi può permettersi di pagare il visto e può garantire di potersi mantenere. Chi, insomma, nel suo Paese occupa una posizione economica privilegiata, dato che, per fare un esempio, un mese di affitto in una città italiana equivale, più o meno, a un anno intero di stipendio medio in Ghana.

Perché è questo il punto: è vero, non è che i Salvini di turno non vogliono gli stranieri.

È che non vogliono quelli poveri.

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