Quadri: siamo tutti “gretini” 

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Prendo spunto dal solito post di Quadri, che usa un articoletto di un certo Sergio Rivoir, per attaccare i “Gretini” e chi invece si preoccupa per il cambiamento climatico. 

Secondo la tesi di Rivoir, sicuramente esperto climatologo dell’università delle cravatte nel Wakanda, non bisogna preoccuparsi, anzi, il riscaldamento climatico libererà un sacco di terre in Siberia che diventeranno coltivabili. Con buona pace di quei poveri mostri dell’Africa subsahariana che vedranno rinsecchirsi anche i cactus.

A Quadri andrebbe ricordato che il 2019 è stato l’anno più caldo sulle rive del Ceresio dal 1864, quando sono cominciate le misurazioni. 156 anni, e l’anno più caldo è stato quello appena passato. Ma secondo lui i “gretini” seminano isterismo climatico.

Lorenzo, ti spiego io, concentrati

Ho deciso di fare un’opera pia, per contrastare le ottuse tesi di Quadri, che si fa forte citando letterine dei lettori o articoli di squinternati fautori antiambientalisti e sovranisti, riprendo un ottimo pezzo di Alessio Sgherza su Repubblica.

A scanso di equivoci, Sgherza precisa una cosa, fondamentale quando si parla di inquinamento o riscaldamento climatico: il suo articolo si fonda unicamente su stime di organismi ufficiali e su studi su cui c’è un ampio consenso della comunità scientifica. Fatti insomma. Non letterine.

Sgherza in fondo racconta cose che già sapevamo, ma che abbiamo ignorato per decenni e continuiamo a ignorare:

“ (…) Già sapevamo ad esempio – anche se c’era qualcuno che ciecamente lo negava – che senza interventi decisi, l’aumento della temperatura globale avrebbe raggiunto gli 1,5° tra il 2030 e il 2052. L’abbiamo raggiunto nel 2040. Ma cosa vuol dire? Significa che è aumentata la mortalità legata al caldo; sono cresciute malattie come malaria e dengue, che si sono diffuse oltre le zone a cui eravamo abituati 30 anni fa; la quantità di bestiame si è ridotta al crescere della temperatura media, per l’aumento delle malattie e la scarsa disponibilità di acqua. (…) 

“(…) La scorsa estate è stata la prima in cui il ghiaccio artico si è sciolto completamente. Non era mai successo da quando l’uomo cammina sulla terra, e ora succederà una volta ogni secolo. Quando arriveremo a 2 gradi, ben prima del 2100, succederà ogni decennio. 

Un cambiamento così non si ferma facilmente, non abbiamo un freno a mano per il clima: il riscaldamento globale causato dalle emissioni umane durerà per secoli o millenni. Gli oceani ad esempio avrebbero continuato a crescere anche se fossimo riusciti a raggiungere l’obiettivo di emissioni zero. Alla vigilia di Natale del 2019 Gianmaria Sannino, ricercatore dell’Enea, spiegava così il motivo: “Gli oceani si espandono anche per il calore, non solo per lo scioglimento dei ghiacci. Hanno assorbito il 93% delle emissioni di CO2 prodotte nei secoli precedenti, ma si sono scaldati meno dell’atmosfera che ne ha assorbito solo il 7%. C’è una certa inerzia nella dilatazione, il livello dei mari risponderà per decine di anni a tutto il calore che ha assorbito”. 

“(…) Cosa avremmo dovuto fare? Sapevamo anche questo. “I percorsi che potranno limitare il riscaldamento globale a 1,5° – si leggeva nel report 2018 dell’Ipcc – richiederebbero veloci e profondi cambiamenti nell’energia, nell’urbanistica, nelle infrastrutture, compresi trasporti e edifici, e i sistemi industriali”. Trasformazioni che avrebbero dovute essere “senza precedenti in termini di grandezza” e avrebbero dovuto “implicare ampie riduzioni di emissioni in tutti i settori, molti interventi di mitigazione e investimenti significativi in questi interventi”. 

Per essere chiari, nessuna delle misure previste dagli accordi di Parigi del 2015 sarebbe bastata. E mentre anche a Madrid fallivano i negoziati, tutti sapevano quello che c’era scritto in quello stesso rapporto: “Anche ipotizzando la completa applicazioni di tutte le misure dell’accordo di Parigi, il riscaldamento globale raggiungerà i 3° intorno al 2100 per poi crescere ancora”. Per rimanere sotto il grado e mezzo di aumento di temperatura, le emissioni sarebbero dovute calare del 45% entro il 2030 e raggiungere emissioni zero in questo 2050.”

Il National centre for climate restoration aveva pubblicato nel maggio 2019 uno studio specifico sui rischi legati ai cambiamenti climatici. A differenza di altre ipotesi, relativi a un modello medio, lo scenario descritto da David Spratt e Ian Dunlop è lo scenario peggiore possibile tra quelli descritti dai modelli. “Gli 1,5° saranno raggiunti nel 2030, mentre nel 2050 sarà tra 2,5° e 3°. Il livello del mare sarà salito di mezzo metro. Il 30% delle terre emerse saranno desertificate. Il 55% della popolazione globale sarà soggetto a più di 20 giorni l’anno di condizioni di caldo letali, oltre la soglia di vivibilità”.

Ne sa più Lorenzo dell’ONU

E adesso, che Rivoir e Quadri mi vengano a dire che sono balle, che sono i “gretini” isterici che si inventano tutto, che un mondo più calduccio in fondo sarà bello e che andremo in vacanza non più alle Maldive, ormai sommerse, ma sulle isole della Kamchatka. La stupidità umana è onnipresente e ben distribuita, ma questa non è stupidità, è peggio, è doloso negazionismo terroristico. E né Rivoir né Quadri si prenderanno la briga di leggere queste cose.

È grazie a persone come loro se adesso siamo in questa situazione e se domani i nostri figli se la passeranno peggio. Negare il disastro, dileggiare chi ci avvisa, è vergognoso oltre che ottuso, ed  è triste che ogni volta bisogna ribadire e citare studi delle Nazioni Unite o di prestigiose università quando dall’altra parte si ergono ad esperti tutti i paperi che hanno qualcosa da starnazzare. 

Quadri non ha figli (per fortuna sua), forse se li avesse ragionerebbe in modo diverso, anche se mi permetto fortemente di dubitarne  

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