Segre, la memoria rende liberi

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Per il giorno della memoria un libro semplice, duro, commovente e toccante: l’autobiografia di Liliana Segre.

Non è bellissima una società che «deve» santificare una giornata all’anno dedicata alla memoria, ammettiamolo. Peggio ancora sarebbe se si abiurasse dalla ricorrenza. Questo è stata la prima riflessione dopo aver letto l’interessante libro «La memoria rende liberi: la vita interrotta di una bambina nella Shoah», scritto da Liliana Segre nel 2015 e ristampato, con l’aggiunta di nuovi testi, pochi mesi fa. Il pensiero arriva perché dell’autobiografia colpisce il buco nero avvenuto quando, appena scampata dai campi di sterminio (per la precisione da Auschwitz), Liliana Segre ha vissuto parecchi anni senza più pensare a questa terribile esperienza. Ha sempre rifiutato di cancellare il numero sulla pelle («il marchio») ma di parlare della Shoah … no. Poi, poi perché sollecitata da inviti di scolaresche (e dalla considerazione per cui i possibili testimoni diretti tendono a diminuire mese dopo mese) si è ribellata, ed ha iniziato a raccontare. Di più: ha scritto la sua particolarissima e dolorosissima storia.

Qui si racconta di una bambina amorevolmente allevata da un padre, la mamma è infatti morta quando Liliana aveva 11 mesi, e che, a 8 anni, si vede privare anche dalle amicizie delle coetanee perché espulsa dalla scuola senza motivi. La bambina non capisce, per lei «essere ebrea» significava solo non assistere alle lezioni di religione e dunque correre per i corridoi della scuola, per nuovi giochi. Ora deve nascondersi in casa. Poi la fuga «come ladri». Il soggiorno in un paesino in clandestinità e il drammatico arresto sul confine svizzero, più precisamente ad Arzo, quando una guardia di confine in pratica consegna questi profughi alla polizia italiana di nome ma tedesca de facto. La deportazione, il viaggio verso il campo di sterminio e l’indicibile soggiorno. La bambina ha 13 anni! Ancora, una volta miracolosamente scampata, la depressione, quasi la rimozione di tutto quanto avvenuto. Un libro semplicemente duro e atrocemente commovente, una testimonianza che nel suo passaggio decisivo, la decisione di parlare, trova la confessione adeguata in:

un conto è guardare e un conto è vedere, e io per troppi anni ho guardato senza voler vedere.

La lucidità di Liliana Segre lascia basiti, la sua onestà intellettuale poi è incredibilmente mirabile. Non perdona il Benigni de «La vita è bella» («doveva premettere che si tratta di una favola!») e racconta dei suoi dissidi con Primo Levi. In altre parole non c’è posto per la retorica. E ringrazia infinitamente il marito, vero artefice della sua rinascita, la spalla indispensabile per l’uscita dal terribile tunnel. Con un’esortazione finale:

non chiudete gli occhi davanti agli orrori di ieri e di oggi, perché la chiave per comprendere le ragioni del male è l’indifferenza, quando credi che una cosa non ti tocchi, non ti riguardi, allora non c’è limite all’orrore.

Bella e intelligente l’introduzione di Enrico Mentana. Interessanti i testi aggiunti all’edizione 2018: discorsi tenuti in occasioni speciali, come quando è stata nominata «senatrice a vita» dal presidente Mattarella o quando si è battuta per una legge contro il razzismo vagante in Rete. Una proposta avversata anche da forze moderate del parlamento. Infatti il calvario di Liliana Segre non è finito con il mese di aprile 1945, ha dovuto affrontare persino il rigurgito di questi giorni. E lo ha fatto con una composta fermezza encomiabile. Perché è davvero una grande. E la risposta data ai leghisti al loro invito dovrebbe figurare in epigrafe (leggi qui).

«La memoria rende liberi» non è solo il titolo di un libro necessario. E’ il giusto contrappeso a «Il lavoro rende liberi», l’aborrita insegna sul cancello di Auschwitz.

«La memoria rende liberi», 2015-18, di Liliana Segre ed Enrico Mentana, ed. Rizzoli, nuova edizione con testi inediti, pag. 247, Euro. 15,90.

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