Siamo tutti contrabbandieri

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In questi giorni si è fatto un gran parlare di contrabbando. 13 ristoratori sono stati pizzicati ad acquistare merce di contrabbando dall’Italia: limoncello, carne, olio, salumi. Vergognoso, se non fosse che…siamo tutti contrabbandieri.

La cronaca ci parla di 13 ristoratori che in due anni hanno comprato merce di contrabbando per tonnellate e olio e limoncello per centinaia di litri. La salute gastronomica dei ticinesi è ben salda, e questo è un fatto positivo. Vi ricordate le mamme che dicevano “mangia, mangia” come se l’ingozzarsi fosse fonte di salute? E lo era, almeno quando si aveva fame, ora un po’ meno.

Ma sto divagando.

Alcuni politici, come Massimiliano Robbiani della Lega (ma non solo lui) gridano all’indignazione. “fateci sapere i nomi! Vogliamo i nomi!”. E certo, fosse per Robbiani bisognerebbe innalzare forche a ogni angolo di strada.

L’indignazione ci sta, però è buffo. I ticinesi dovrebbero avere un occhio di riguardo, o perlomeno un guizzo di malinconia, nel rammentare che nel secolo scorso e per decenni, il contrabbando in certe valli fu una delle maggiori fonti di sostentamento. In quel periodo, tonnellate e tonnellate di sigarette, riso, caffè e altre derrate hanno allegramente attraversato il confine nell’uno e nell’altro senso. I vallerani spesso e volentieri ospitavano i contrabbandieri (che pagavano) nutrendoli, dando loro un fienile in cui dormire o offrendogli un bel bicchiere di barberazzo.

Ricordo un anziano che mi parlava di accordi non scritti tra contrabbandieri e doganieri. Se pizzicati, il gendarme gridava “mola!”, il mariuolo allora, scaricava la bricolla lasciandola a terra e scappava e la guardia non si scapicollava più di quel tanto per inseguirlo. Perdeva il guadagno ma almeno non finiva in galera.

Ma arriviamo ai giorni nostri. Noi che ci indigniamo, ticinesi gente di confine, abbiamo la qualifica per fare tanto gli sdegnati? Ora probabilmente, anzi sicuramente, Robbiani è uno dei pochi irriducibili che comprano derrate alimentari solo da noi (d’altronde lavora alla Coop, magari qualche sconto ce l’ha) e mangia solo in ristoranti ticinesi, gestiti da patrizi con un tradizione millenaria alle spalle. E sicuramente non ha mai nascosto in auto un salame felino per passare la dogana perché non riuscirebbe più a guardarsi allo specchio (oddio, non che ora sia comunque facile).

Per noi è diverso, e mi ci metto pure io, anche se non è mia consuetudine fare la spesa in Italia. Se ci fosse qui Gesù, vi guardasse nel profondo dell’anima coi suoi improbabili occhioni azzurri e vi dicesse: “chi di voi è senza peccato scagli le prima pietra!”, quanti, donne e uomini della Svizzera Italiana, avrebbero il coraggio di sostenere il suo doloroso sguardo accusatore?

Non prendiamoci in giro. Tutti, forse con qualche eccezione per disabili gravi o anziani con difficoltà di deambulazione, andiamo in Italia, chi più spesso chi meno anche a dipendenza della vicinanza col confine, a fare la spesa. E tutti prima o poi non ce la facciamo e nascondiamo la costata fiorentina, la mortadella, o il prosciutto di Parma bene in fondo nel baule o sotto i sedili. Per non parlare dei vestiti. Ricordo un doganiere che raccontava, e la cosa era veramente buffa, di bambini alla dogana in auto con cinque o 6 strati di vestiti, per non far capire che si era speso più di 300 franchi (soglia dopo la quale si deve annunciare gli acquisti in dogana e pagare l’IVA).

Insomma, siamo contrabbandieri, per vocazione territoriale, per tradizione, per indole. Lo siamo tutti o quasi. Perciò indigniamoci pure, ma allora, la prossima volta che andiamo a fare la spesa non compriamo più un chilo di carne a testa, scegliamo cinque bottiglie di vino e non di più e al massimo 5 litri d’olio. E se per caso, dico per caso, vi dimenticate un salame felino da qualche parte, quando arrivate in dogana fate i bravi e consegnatelo al fido doganiere, scusandovi per la dimenticanza e regalando anche una bottiglia di vino da accompagnare al salame. Il doganiere è un lavoro duro e ingrato, un obolo ogni tanto alle forze dell’ordine è il minimo che possiamo fare noi furfanti.

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