Tami e l’inno dei rosso(poco)crociati

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È toccato a un ticinese, Pierluigi Tami, in qualità di direttore delle nazionali, spiegare in una conferenza che ha avuto ampia eco la sua visione del movimento calcistico svizzero, dai giovani ai campioni affermati che durante l’inno fanno scena muta.

 “Non è  con l’inno che si dimostra l’ attaccamento alla maglia” – Tami dixit.
Tami con la sua aria da curato di campagna di “Berghem de hura” ha calato un paio di lezioncine su un argomento delicato, agli occhi di molti addirittura scabroso: il fatto che all’inno nazionale, solo Sommer, Schär, Elvedi, e Akanj ( più Lichtsteiner, Zuber e Steffen quando ci sono) cantano, contrariamente agli inglesi di “God save the Queen” che quando lo intonano  per la Vecchia Signora sembrano disposti a immolarsi sul serio, o agli italiani, Jorginho compreso: “siam pronti alla morte, l’Italia chiamò”. A parte il fatto che gli svizzeri (Elvedi è romancio) per cantare devono scegliere fra 4 lingue, e non è facile seguire il tema musicale, è chiaro che l’impresa è ancor più difficile per chi è di origine serba, croata, albanese, kosovara, camerunense ecc..

A molti, non necessariamente soldati di Quadri e Gobbi, dà fastidio. Ma Tami ha chiuso il discorso: “l’attaccamento alla maglia si puó dimostrare in molti altri modi,  impegnandosi sempre al massimo, per esempio”.

Ciò che implica,aggiungiamo noi, correre dei rischi per i colori rossocrociati, per esempio evitando di non mettere piede o peggio ancora gamba in certe situazioni, rischiando l’infortunio, il posto e il lauto stipendio che garantiscono i club europei. Questa è la vera discriminante, e chi ha dato qualche calcio alla palla, anche nelle divisioni inferiori lo capisce bene. Il grande pubblico non sempre.

Ma Tami ha poi detto una cosa che sembrerebbe in contraddizione con l’assunto: il calciatore svizzero, giá a partire dalle formazioni giovanili, deve essere  “emblema d’una filosofia dello sport, e rappresentare un valore per il Paese”. E qui Tami passa da curato a sottile gesuita. Senza citare i due goffi aquilotti Shaqiri e Xhaka, contro la Serbia eccitati al massimo, con le braccia a richiamare la bandiera della nazione d’origine, con la maglia di una nazione neutra che ospita un gran numero di gente di entrambe le etnie.

Che i due non l’abbiano capito è meno grave rispetto al fatto che il presidente Gilleron e il delegato Sulser non abbiamo fiutato l’aria che poteva tirare. Che tutti avevano fiutato meno  loro. E che Tami avrebbe di certo fiutato. Insomma, il minimo che si chiede a chi rappresenta un Paese,  é proprio (elementare Watson) di non rappresentare con canti, gesti e simboli vari, un altro Paese. Basta così. E ai prossimi Europei, rossocrociati di tutte le sponde, metteteci il piedino e la gambetta.Farete tutti felici e contenti, nemmeno foste in grado di cantare a squarciagola e con la mano sul cuore l’ inno elvetico.

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