Coronavirus, le precarie della ricerca

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Le ricercatrici italiane che hanno isolato il coronavirus:

Mentre le luci si sono appena accese sul Teatro dell’Ariston assieme alle polemiche sulle scelte del conduttore Amadeus e sul suo vergognoso cachet di mezzo milione di euro, gli italiani scoprono chi sono le tre ricercatrici dell’Istituto Spallanzani di Roma che, insieme alla Francia, ha isolato il temibile Coronavirus aprendo così la strada ad un possibile vaccino. Tra precariato e sacrifici di coppia.

Lavorare nell’ombra e nell’anonimato

E scoprono che durante anni si può lavorare nell’ombra, nel più totale anonimato, nelle difficoltà del precariato e di uno stipendio mensile di 1500 euro – e come si fa a non paragonare questa cifra con i 500’000 mila euro che Mamma Rai versa ad Amadeus per cinque serate di conduzione del Festival della canzone italiana? – e nei tanti salti mortali di chi deve giostrare famiglia e professione. 

Ma loro tre, Maria Capobianchi la caposquadra 67enne di Procida, laureata in scienze biologiche e specializzata in microbiologia, dal 2000 all’Istituto Spallanzani, Concetta Castilletti, 56 anni, di Ragusa, responsabile dell’Unità dei virus emergenti e la loro giovane collega, la ricercatrice precaria Francesca Colavita, 30 anni, di Campobasso impegnata prima dello Spallanzani in diverse missioni in Sierra Leone dove ha affrontato l’ebola, ci sono riuscite.

Un marito sul quale contare

Se non fosse stato per “la fortuna” che hanno avuto nell’isolare il virus – e ci sono riuscite in 24 ore, un record di rapidità – come lo ha detto Concetta Castilletti in un’intervista rilasciata martedì al Corriere della Sera, sarebbero rimaste per sempre nell’ombra e nel silenzio dei loro laboratori, “nella nostra torre d’avorio che è spesso un rifugio” ha detto la ricercatrice. Lei, Concetta, non vede l’ora di tornare alla normalità passata l’ora di inattesa celebrità e spera che la sua vita non cambi. Una vita, come ha spiegato alla collega italiana, consacrata alla ricerca, ma che non le ha impedito di sposare e crescere due figli: “Ci sono riuscita”, ha spiegato, “grazie alla condivisione dei compiti con mio marito editore che faceva la spesa, cucinava, si alzava anch’egli di notte per cambiare i pannolini ai bambini.” Ciò che forse non era scontato in Sicilia per un uomo che oggi, come lo ha detto la stessa ricercatrice, è in pensione. “A casa esiste la parità totale” ha precisato Concetta Castelletti.

Uscire dal limbo del precariato

E come detto se la parità totale in una famiglia dovrebbe essere cosa scontata e se forse ormai tra le coppie giovani lo è, o almeno lo è sempre di più e ne sono un esempio i giovani padri che scelgono di restare a casa ad occuparsi dei figli per lasciare la moglie fare carriera, è ancora lungi dall’essere introdotta nelle abitudini quotidiane. 

Ora non resta che sperare che il coraggio e l’impegno di queste tre coraggiose e talentuose donne verrà premiato con un riconoscimento effettivo del loro grande lavoro, un riconoscimento che permetta alla più giovane delle tre scienziate di uscire dal limbo del precariato e ambire ad uno stipendio dignitoso. Ne va anche della dignità della ricerca italiana tutta. 

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