Ekdal: “I calciatori gay hanno paura di dichiararsi”

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Il calcio, nell’immaginario (e nel pregiudizio) collettivo, è generalmente incasellato come uno sport “da maschi”. E lo sanno bene, ad esempio, le donne che lo praticano, spesso oggetto di deliri omofobi, ricordiamo fra i tanti il “quelle quattro lesbiche” di un dirigente di spicco della Federazione italiana, o gli attacchi al capitano della nazionale USA Megan Rapinoe.

Ma c’è un’altra faccia, altrettanto drammatica, di questo stereotipo, ed è quella sottolineata dal centrocampista svedese della Sampdoria, Albin Ekdal, che in un videomessaggio inviato al Parlamento Europeo in occasione di un incontro su sport e omofobia, ha parlato molto chiaramente delle difficoltà per gli omosessuali nel mondo del calcio.

Sono solo 8 al momento, infatti, i calciatori che hanno apertamente dichiarato la loro omosessualità. Altri, molti altri, a dire di Ekdal, vorrebbero farlo, ma temono “reazioni negative”: 

Quello del calcio è un ambiente dove l’omofobia è ancora diffusa. Questi giocatori sono preoccupati di diventare un bersaglio per gli insulti e lo scherno, sia dentro che fuori dal campo. Come risultato si sentono obbligati a nascondersi, fuggire e vivere nella paura

E non fatichiamo a credere alle parole dello svedese: di fronte a tifoserie troppo spesso egemonizzate dall’estrema destra, ogni forma di “diversità” può essere occasione di scherno e insulto, come nei tanti casi di cori razzisti verso giocatori di colore (leggi qui sotto).

A detta di molti giocatori e allenatori, oltre Ekdal, quello dell’omosessualità nel calcio è un vero e proprio tabù: non se ne parla, non se ne deve parlare. “Negli spogliatoi c’è molto testosterone, ci si fa la doccia tutti insieme, ci si cambia tutti insieme. È difficile, ma è così”, dichiarava tempo fa Oliver Giraud, dell’Arsenal, uno dei primi top player ad affrontare apertamente il problema. Per un calciatore gay il coming out, almeno durante la carriera, è quasi impossibile: si rischia di finire distrutti, bersaglio degli insulti delle curve fascistoidi e, diciamolo chiaramente, anche degli avversari in campo: perché dopo i vari “negro/zingaro di m..”, “scimmia”, e via dicendo, spesso balzati agli onori delle cronache quando pronunciati da giocatori di alto livello, non fatichiamo a immaginare il dilagare di altrettanti insulti omofobi. Si arriva quasi al negazionismo, a volte: Gianni Rivera, in un’intervista recente dichiarava “Ai miei tempi nessuno era omosessuale, io non ho mai avuto neppure la sensazione che qualcuno potesse esserlo..se qualcuno allora lo fosse stato davvero tendeva a nasconderlo, però qualche accenno negli spogliatoi sarebbe avvenuto”. Di quale “accenno” parlasse Rivera, non  è dato saperlo, probabilmente si aspettava che qualche compagno allungasse le mani o facesse il classico scherzo della saponetta in doccia, chissà.. E si arriva poi all’apotesi dell’ignoranza omofoba, con Antonio Cassano che candidamente e pubblicamente, nel 2012, dichiarava davanti alle telecamere:

“Ci sono froci in nazionale? Se dico quello che penso sai che cosa viene fuori… Sono froci, problemi loro, speriamo che non ci siano veramente in nazionale. Me la cavo così, sennò sai gli attacchi da tutte le parti”

E la pressione, a volte, è davvero troppa, lo testimonia la storia del primo calciatore a fare coming out, Justin Fashanu, la cui carriera andò a picco a seguito delle voci sul suo orientamento sessuale e la sua dichiarazione pubblica di omosessualità nel 1990, seguita da accuse di molestie, il ripudio sostanziale anche da parte della famiglia, e, infine, il suicidio nel 1998. “Non voglio dare altri motivi di imbarazzo ai miei amici ed alla mia famiglia […] Spero che il Gesù che amo mi accolga e che io possa infine trovare la pace…”.

Imbarazzo, paura, vergogna, sono questi i sentimenti che, anche nel 2020, impediscono ai calciatori gay di dichiarare apertamente la propria omosessualità, e verso cui Ekdal suggerisce una soluzione, forse l’unica: l’istruzione, usata come forza per il cambiamento. Perché, e non ci stancheremo mai  di dirlo, l’omofobia è figlia dell’ignoranza, e può uccidere, e spesso lo fa, ed è questo il motivo per cui, domenica 9 Febbraio, va resa definitivamente fuori legge con un deciso SI al referendum.

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