Giornalisti mobilitati per Assange

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Mentre si sta svolgendo da due giorni a Londra il processo per l’estradizione verso gli Stati Uniti del fondatore di Wikileaks Julian Assange, accusato di spionaggio, 1200 giornalisti provenienti da 98 paesi hanno diramato una dichiarazione chiedendo la liberazione dell’editore. Se dovesse essere consegnato all’America, Assange rischierebbe fino a 175 anni di galera.

Un appello mondiale

Capeggiata dalla giornalista italo-svizzera Serena Tinari, residente a Berna, cofondatrice con Catherine Riva dell’agenzia di giornalismo investigativo Re-check.ch e presidente dell’Organizzazione svizzera per il giornalismo d’inchiesta, l’iniziativa lanciata da un gruppo di giornalisti investigativi a favore della liberazione di Julian Assange, 48 anni, ha raccolto il consenso della maggior parte degli organi di stampa mondiali.

Molti sono stati i giornalisti autorevoli e premiati a condannare pubblicamente il procedimento di estradizione e chiedere la liberazione di Assange. Hanno anche siglato il documento note associazioni di giornalisti tra cui la “International Federation of Journalists (IFJ) e “Reporter senza frontiere” (RSF).

“Ogni giornalista investigativo usa informatori”

Oltre ai 1200 professionisti di 98 Paesi di tutti i continenti, la dichiarazione che chiede la scarcerazione immediata di Assange e l’abbandono della procedura di estradizione e dell’accusa di spionaggio, è stata anche firmata da nomi conosciuti quali quello di Edward Snowden o da informatori come Daniel Ellsberg, fonte dei Pentagon Papers. Stando a Serena Tinari, “molti giornalisti investigativi usano notizie confidenziali passate da informatori, è una parte determinante del nostro ruolo a favore del pubblico. Ogni giornalista e editore dovrebbe quindi essere atterrito e preoccupato da questo tentativo di criminalizzare il lavoro.”

Come le streghe bruciate sui roghi

Per quanto riguarda i giornalisti firmatari dell’appello/dichiarazione questi rilevano “la grave e continua violazione dei diritti umani di cui è vittima Assange e scrivono: noi riteniamo i governi degli Stati Uniti, del Regno Unito, dell’Ecuador e della Svezia responsabili delle violazioni dei diritti umani a cui è sottoposto Assange”.

A conferma di quanto asserito, la dichiarazione cita l’inviato speciale dell’ONU contro la tortura, Nils Melzer, che ha condotto un’indagine sul trattamento riservato al giornalista australiano: “Assange è stato sistematicamente calunniato per distogliere l’attenzione dai crimini che ha rivelato. Dopo è stato abbrutito dall’isolamento, dal ridicolo e dalla vergogna proprio come avveniva per le streghe che bruciavamo sui roghi … Il suo racconto ha un’importanza storica così come i contributi di Snowden o Chelsea Manning attualmente in esilio o in prigione…”

Intanto davanti alla Corte di giustizia di Woolwich, nel sud di Londra, da lunedì si è radunata una colorata e rumorosa folle di sostenitori, alcuni venuti anche da lontano per manifestare il proprio sostegno ad un Julian Assange debilitato e prematuramente invecchiato dopo otto anni di isolamento e chiusura fisica e mentale tra la permanenza forzata nell’ambasciata ecuadoriana di Londra e il soggiorno in prigione dopo il suo arresto l’anno scorso.

Prima volta che l’Espionage Act è applicato

È la prima volta che L’”Espionage Act” degli Stati Uniti viene applicato contro qualcuno che abbia pubblicato notizie fornite da un informatore. Se la domanda d’estradizione presentata dalla giustizia statunitense fosse accolta dalla corte britannica, il fondatore di Wikileaks rischierebbe una condanna fino a 175 anni di carcere per aver pubblicato documenti confidenziali sulle attività militari americane in Iraq e in Afghanistan, “mettendo così in pericolo delle vite americane” stando alle autorità a stelle e strisce.

L’udienza apertasi lunedì durerà tutta la settimana prima di essere aggiornata verso la metà di maggio. Da vedere se fino a quella data la dichiarazione dei 1200 giornalisti di tutto il mondo avrà sortito un qualche effetto.

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