Il lavoro nel futuro

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Siamo entrati in un nuovo decennio e la nostra società si trova a dover risolvere alcuni temi importanti quali l’invecchiamento della popolazione  (il 23% della popolazione avrà più di 65 anni nel 2050), assicurare le rendite e il futuro del lavoro. Quest’ultimo punto sarà fondamentale per il mantenimento di un certo benessere.  

La grande sfida si chiama digitalizzazione. Un fenomeno che ha, e avrà un impatto decisivo sul mondo del lavoro e sul nostro modo di vivere. A noi interessa però il lavoro.   

Nel 2019 la filiale di McKinsey a Zurigo ha pubblicato uno studio intitolato Il futuro del lavoro: opportunità digitale per la Svizzera  (vedi https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&url=https://www.mckinsey.com/ch/~/media/McKinsey/Featured%2520Insights/Europe/The%2520future%2520of%2520work%2520Switzerlands%2520digital%2520opportunity/The-future-of-work-Switzerlands-digital-opportunity.ashx&ved=2ahUKEwi28M7a3qXmAhVFRK0KHSIaBwMQFjAAegQIAhAB&usg=AOvVaw0U16k42WcBclhfpWC196_I). 

Lo so, alcuni lettori del Gas hanno già un attacco pruriginoso solo a legger il nome McKinsey. Calma, lo studio è quantomeno interessante ed è stato ripreso anche da alcuni sindacati (tra cui Syndicom).  

La digitalizzazione viene analizzata nelle sue tre forme principali: tecnologie digitali, automazione e intelligenza artificiale (IA) per tracciare l’evoluzione del lavoro fino al 2030. Lo scopo è di tracciare un possibile scenario di sviluppo economico basato sulla digitalizzazione, in particolare per contrastare l’invecchiamento della popolazione e la produttività stagnante con l’obiettivo di incrementare la crescita annua dell’ 1%.  

Fino al 2030 un quinto, fino a un quarto delle attività produttive potrebbero essere automatizzate (previsione conservatrice). Ciò significa perdere da 1 fino a 1.2 milioni di posti di lavoro. Viene stimato un potenziale di automazione del 46% delle attività produttive.   

Una gestione accurata della digitalizzazione permetterebbe comunque nella fase di transizione di creare da 800’000 fino a 1 milione di nuovi posti di lavoro, soprattutto nel ramo tecnologico (di cui 400’000 nel solo settore IT). 

Ma quali sarebbero i settori più toccati e in quale misura? Ecco quelli che saranno più colpiti:

  • Finanze -30/40% 
  • Vendita -25/30% 
  • Industria -25/30 
  • Amministrazione -10/15% 

Questi settori impiegano tuttora il 50% della forza lavorativa totale e generano il 60% del prodotto nazionale lordo.

I lavori a rischio sono quelli ripetitivi e facili da predire; per esempio la raccolta e l’elaborazione dati o i lavori fisici ripetitivi quali l’assemblaggio di macchine. Viene stimata una riduzione del 20% del fabbisogno nei settori con attività che richiedono uno sforzo cognitivo basso o attività manuali e fisiche. Per contro il fabbisogno nei settori con attività che richiedono competenze sociali, tecnologiche ed empatiche potrebbe vedere un aumento dal 20 al 50%. Parliamo del settore sanitario e delle prestazioni di servizi tecnici e professionali. 

L’ OECD in uno studio analogo (https://www.oecd.org/employment/future-of-work/) conferma la stessa tendenza. In Europa il 14% delle attività sono a forte rischio di automatizzazione e il 32% potrebbero essere radicalmente cambiate. Dal 1995 al 2015 si sono persi il 20% di posti nel settore manufatturiero con una crescita del 27% nei servizi mentre tra 2005 e 2016 si è registrato un 40% in più nei settori ad alta digitalizzazione. 

L’OECD stima che 6 su 10 lavoratori non hanno le competenze informatiche necessarie e raccomanda quindi di coinvolgere le  categorie più svantaggiate nella trasformazione, con un occhio di riguardo alla protezione sociale che dovrà essere adattata al lavoro.

Il I-DESI Internation Digital Economy and Society Index  (vedi

https://ec.europa.eu/digital-single-market/en/news/how-digital-europe-compared-other-major-world-economies ) della Commissione Europa paragona gli Stati membri dell’UE e non, in cinque campi: connettività, competenze umane, utilizzo dell’Internet da parte dei cittadini, integrazione della tecnologia e servizio pubblico digitale. 

La Svizzera rientra in quasi tutti i cinque campi nelle prime posizioni, passando addirittura al primo posto per quanto riguarda l’integrazione della tecnologia digitale nei settori economici. Solo a livello di servizio pubblico, il cosidetto e-government, il nostro Paese resta nelle posizioni arretrate.  

Anche secondo McKinsey la Svizzera è ben posizionata per la digitalizzazione non da ultimo considerato che alcuni giganti del settore sono presenti nel nostro Paese.  

Le imprese in Svizzera hanno le carte in regola per la trasformazione digitale a patto che soprattutto i settori legati all’esportazione introducano servizi e tecnologie digitali.  La raccomandazione è quindi di accelerare il processo di digitalizzazione, incrementando la formazione di base e continua.  

Si specula anche sul fatto che grazie al grande numero di pensionamenti la transizione sarà più indolore. Inoltre considerato che i nostri istituti scolastici formano la metà del fabbisogno di specialisti di tecnologia e IT sarà addirittura necessario recrutare specialisti al di fuori della Svizzera. 

Secondo un’inchiesta, sempre di McKinsey del 2017, i quadri delle aziende svizzere ammettevano di non trovare i profili adeguati. McKinsey raccomanda però di favorire la riqualificazione del personale invece di cercare all’estero. 

Dunque tutto bene, siamo a cavallo, eliminiamo posti di lavoro che compenseremo con i pensionamenti, riqualifichiamo i restanti lavoratori e se ci serve qualcuno andiamo a prenderlo all’estero. Semplice, pulito, lineare.

O forse, non è proprio così? Poniamoci la domanda: perché digitalizzare? Certo, come detto nello studio per aumentare la produttività ecc. ecc. Ma c’è anche un’altra semplice spiegazione, almeno a livello microeconomico: ridurre i costi del lavoro! Vale a dire ridurre il personale aumentando la produzione e possibilmente avendo meno costi sociali, e non dimentichiamoci gli sgravi fiscali. 

Se leggiamo lo studio di McKinsey (e non solo il riassunto) ci accorgiamo che la forma “condizionale” è una costante.

Credo bisogna porsi alcune domande, tra cui:

  • Incognita sul tempo della trasformazione: probabilmente sarà anche troppo veloce quindi non tutti (forse molti) terranno il passo, questo è un dato di fatto.
  • I posti di lavoro nell’IT e non solo, potrebbero venire creati; o magari li diamo in offshoring per ridurre i costi (forse, nevvero Digitalizzando il posto di produzione può diventare effimero. Piccolo esempio: trasferisco il mio reparto IT operations in India.
  • Si raccomanda di formare i lavoratori attuali, ma il reclutamento all’estero è (e resta) la via più comoda. Ne sappiamo qualcosa in Ticino e non solo, o no?
  • Se riduciamo i posti di lavoro, si ridurranno le imposte e i contributi sociali. Eventualmente si ridurranno anche i salari e le pensioni. Potrebbe esserci quindi un calo dei consumi ed un impoverimento generale.

Dalla politica viene un silenzio assordante. A parte il solito mantra delle chance e dei probabili (forse) nuovi posti di lavoro, ma non ho mai sentito delle proposte concrete, vale a dire una strategia per contenere l’impatto della digitalizzazione a livello sociale ed economico. Certo il Consiglio Federale ha lanciato il discorso a suo tempo capeggiato da Doris Leuthard ancora membro di Digital Switzerland https://digitalswitzerland.com/, ma da allora la cosa mi sembra vadi sbiadendo.

Non vogliamo parlare di quelli che pensano di risolvere la situazione chiudendo semplicemente le frontiere.  

Non siete convinti. Allora leggete il “Box 3” a pagina 42 dove McKinsey (non il Partito Comunista) sintetizza l’impoverimento della classe operaia e la stagnazione degli introiti del ceto già in corso, mettendo in guardia da una possibile accelerazione di questo fenomeno a causa delle digitalizzazione raccomandando una migliore ridistribuzione della ricchezza prodotta (sì, avete letto bene), soprattutto a favore delle classi medio basse. Da notare che viene citata la famosa idea di Bill Gates di introdurre una tassa sul lavoro dei robot vantaggio della società. 

È inutile nascondersi dietro a un dito. Nei prossimi dieci anni (e sì, siamo nel 2020 e lo studio ha come orizzonte il 2030) ci sarà molto lavoro da fare.

Un’ultima parola sul re-skilling, la formazione continua e un eventuale cambiamento del sistema scolastico, campi su cui lo studio insiste. Viene citato a proposito il “Lehrplan 21” (www.lehrplan21.ch) che però comprende unicamente i Cantoni della Svizzera Tedesca che hanno deciso di armonizzare il sistema scolastico per quanto riguarda i contenuti per prepare i giovani alle sfide del futuro. Bene così.

Ritorniamo però sul re-skilling e la formazione continua che toccano soprattutto i lavoratori +40 (sì, parto da +40 e non +50). Bene, la formazione continua richiede uno sforzo e le materie tecnologiche non sono per tutti (magari bisogna avere anche la passione).

Lavoro nel campo IT dove si ha l’abitudine ad aggiornarsi. Vedo però ogni giorno la difficoltà per molti colleghi, uguale di che età, tenere il passo con nuove tecnologie che vengono introdotte a “tambur battente”. Il tutto condito da perenne mancanza di personale che rende gli straordinari una costante. Diventa quindi difficile gestire lavoro, famiglia e formazione continua. Non credo che il settore dove lavoro sia l’unico in questa situazione. Se poi penso per esempio al personale di vendita che dovrà lavorare sempre più tardi o a chi lavora in settori di produzione industriale, non vedo via d’uscita senza una pianificazione.

Ci vogliono quindi delle misure adeguate e una strategia che permetta la transizione.

Cosa significa ? Se la politica non si darà una mossa e lascerà l’iniziativa unicamente ai privati, non si creeranno le condizioni quadro per una transizione controllata, ma per una digitalizzazione selvaggia che mirerà a ridurre unicamente i costi (la dura legge del mercato). Le conseguenze economiche e sociali saranno quindi pesanti per il Paese.

Le discussioni attuali a livello di Parlamento (innalzamento a 67 ore lavorative settimanali, taglio delle rendite, taglio delle prestazioni sociali, sgravi fiscali per le ditte) non lasciano presagire niente di buono. Anzi si va nella direzione opposta. Ho la netta sensazione che molti parlamentari non abbiano capito la situazione o che, più semplicemente, facciano gli interessi di pochi.

Mi auguro di sentire il più presto possibile proposte concrete sociali e non solo slogan vuoti di contenuti.

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