La banca dei semi Cherokee

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Lo sappiamo tutti dai, che gli indiani americani non vanno più in giro con le penne in testa e il tomahawk alla cintola. Oggi i capi Cherokee sfoggiano giacca e cravatta. I capelli lunghi sono un ricordo da hippy e passa lo standard yankee.

Al punto che se non hanno tratti somatici marcati (e i Cherokee sono tra le tribù più integrate già da tempi storici) non li distingui da un italoamericano.

Va benissimo tutto ciò, d’altronde, mica nessuno pretende che i ticinesi, anche loro come i Cherokee, vadano in giro con la gerla e le zoccolette, a parte per le rievocazioni ad uso dei turisti.


È stato comunque Chuck Hoskin Jr., capo principale della nazione Cherokee a depositare presso la banca dei semi, la Svalbard Global Seed Valut*, degli antichi semi della tribù, delle varianti di mais antecedenti l’arrivo dei bianchi. La banca dei semi all’estremo nord ha l’ambizioso ideale di conservare tutte le varianti di semenze, anche antiche, che hanno accompagnato l’uomo nel suo percorso, una specie di Arca di Noé delle piante.


Nove specie antiche di fagioli, zucca e mais, soprattutto il mais aquila bianca, sacro alla tribù e usato nei rituali, riposeranno in quel parallelepipedo di cemento armato sulle Svalbard, un corpo incuneato tra roccia e ghiacci. Per quanto tempo rimarrà ancora tra i ghiacci non ci è dato sapere, col riscaldamento climatico in atto.


Gli indiani non hanno più le penne, come noi non abbiamo più le zoccolette, eppure, vedere i rappresentanti dei Cherokee come impiegati di banca mi fa un po’ male, forse perché sono uno sciocco romantico o forse perché non riesco a vedere più traccia della dignità amerinda. Alla fine i bianchi hanno vinto, come logico, cancellando lentamente rituali, cultura e tradizioni, che è poi quello che hanno fatto i romani 2000 anni fa con noi quando eravamo Reti e Leponti.


Al Cherokee rimangono quei semi, custoditi nelle gelide viscere della Terra, unico ricordo di un passato di grandi foreste e dono di una delle cinque tribù civilizzate, come li chiamavano gli statunitensi. Non sappiamo quanto questo sciogliersi in una cultura occidentale pesi e sia pesata ai Cherokee. La loro famosa leggenda, quella del lupo bianco e del lupo nero che si combattono, simboleggia la lacerazione dell’uomo tra bene e male, tra giusto e sbagliato.


Nella leggenda il giovane chiede all’anziano quale dei due lupi sopravviverà alla lotta: “quello che avrai nutrito maggiormente” risponde l’anziano.

E la cultura di un popolo non è solo nei simboli, in penne e zoccoli di legno, è nell’orgoglio e nell’allegria, nelle zone di luce e d’ombra, ma soprattutto nella dignità e nella voglia di ricordare.


I semi dei Cherokee rimangono come patrimonio dell’umanità, e questa è cosa buona e gentile. I popoli poi cambiano, duemila anni fa, a Kernunnos è stato sostituito Zeus e poi Gesù, 150 anni fa i Cherokee furono assimilati alla cultura anglosassone. Rimangono i semi, i nostri e i loro.

Ogni anno in Ticino si tiene il mercatino di Pro Specie Rara, dove possiamo scambiarci semi vecchi di secoli, e che sopravvivono magari in pochi orti di valli discoste. Coltiviamoli, diffondiamoli, facciamo sì che il loro retaggio prosegua e accompagni il viaggio della nostra cultura.


“è un vero onore avere un pezzo della nostra cultura conservato per sempre. Questi semi manterranno ancora la nostra storia e ci sarà sempre una parte della nazione Cherokee nel mondo”


Ha detto il capo Chuck Hoskin J. Il nostro posto nel mondo. Tutti ne vorremmo uno, mantenendo immutate cose che cambiano per loro natura. Impariamo a conservare accettando i cambiamenti, anche perché arroccarsi sulle proprie tradizioni è un’arma a doppio taglio, come chiudersi in casa per paura di quello che c’è fuori.

* è una banca dei semi che ha la funzione di fornire una rete di sicurezza contro la perdita botanica accidentale del “patrimonio genetico tradizionale” delle sementi. È localizzato vicino alla cittadina di Longyearbyen, nell’isola norvegese di Spitsbergen, nel remoto arcipelago artico delle isole Svalbard a circa 1200 km dal Polo Nord

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