La dura legge dei bar

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“In pieno centro attività ben avviata con ottima clientela vendesi”. “Snack-bar cedesi”. “Ottimo bar di quartiere vero affare”. Abbondano in tutto il Ticino, soprattutto in questo periodo dell’anno, gli annunci che riguardano il cambio di gestione degli esercizi pubblici. Di quei bar che passano di mano in mano, da un gerente all’altro, da una gestore all’altro.

“I prezzi non sono proprio da saldi – faceva notare Stefano Pianca in un suo articolo apparso su tio.ch qualche giorno fa – ma la sfilza di annunci sembra suggerire una (s)vendita in atto. O comunque un fermento. Suggerire, perché – sfogliando i giornali – si ha la forte impressione che gli strilli “Cedesi bar” siano davvero tanti, c’è chi dice troppi. Ma è proprio così?”.

La domanda è più che legittima. E l’impressione è davvero quella, aprendo i giornali. Di una liquidazione, di una svendita di fine stagione manco ci si trovasse in pieno periodo di saldi. Il fenomeno sarà pure stagionale, ma ad andare a braccetto con l’accumulo d’annunci e di offerte è la crisi, ormai cronica, di un settore che langue, ristagna.

Che non ha saputo (o non sa più) intercettare i gusti della clientela stando al passo coi tempi. Tempi che vedono i bar delle stazioni di servizio gettonati come non mai, evidente segno dell’oggi, di un presente fatto di luoghi-non-luoghi, di consumi indistinti, di tempi in cui un caffè alla macchinetta vale tanto quanto quello consumato al Caffè Florian di turno.

Ormai, già da un po’, a contare è la quantità più della qualità. A maggior ragione in un Cantone in cui gli esercizi pubblici abbondano in modo anomalo. In Ticino ce n’è uno ogni 125 abitanti. La media nazionale è di uno ogni 260. Ben più del doppio. Offrendo spesso un servizio che lascia alquanto a desiderare, soprattutto se paragonato ad altre regioni al di qua e aldilà del confine, locali che rientrano in un’offerta turistica di qualità. Luoghi pensati. Con un’anima e una filosofia.

Spesso i bar sparsi per il bel Ticino sembrano la brutta copia della brutta copia uno dell’altro. Fatti con lo stampino. Aperti da chi non ha la benché minima idea della nostra realtà o convinti di fare affari d’oro così come ancora accadeva qualche decennio fa. La stagione delle vacche grasse è finita e, con la recessione di là da venire, anche a scapito dei piccoli baretti di paese, il loro numero non potrà che assottigliarsi sempre di più. Segno evidente di un malessere che andrebbe curato rimettendo il bar al centro della sua funzione di pubblica utilità: luogo d’incontro, di ritrovo e di ristoro. Forse anche dello spirito, prima ancora del corpo.

L’Ufficio cantonale di statistica parla chiaro: dal 2011 al 2017 i bar sono scesi da 309 a 277. In aumento invece ristoranti e locali legati alla piccola ristorazione che, nello stesso periodo, sono passati da 1037 a 1239. E a poco servono le rassicurazioni di un Massimo Suter, presidente di GastroTicino, che in parte minimizza indicando come “a gennaio il fenomeno è più marcato e può essere amplificato dalla situazione congiunturale non positiva. Ma a fronte di un locale che chiude ce n’è uno che apre. L’equazione tiene ancora. Si parla di alcune centinaia di cambi gestione/gerenze durante l’anno”.

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